La Signora dello zoo di Varsavia

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Un bellissimo film. Commovente, toccante e anche molto particolare, perchè si svolge sullo sfondo di un giardino zoologico, in cui gli animali sono custoditi con una tale passione, da giustificare il distacco forzato dal loro habitat naturale. Dalla prima scena, che mi ha aperto il cuore, traspare tutto l’amore al quale è visceralmente legata Jessica Chastain, moglie del direttore dello zoo, verso questo ambiente, puro ed innocente. Il tema principale è incentrato sulla persecuzione degli ebrei nella seconda guerra mondiale, durante l’invasione della Polonia. In particolare, si narra come la coppia, che viveva in una villa all’interno del giardino stesso, cercherà tra mille ostacoli, ma con grande umanità, a nascondere nei sotterranei un gruppo di rifugiati, riuscendo poi alla fine, a sottrarli allo sterminio. La vicenda è tratta da un libro, nonché da una storia vera e, per fortuna, queste povere persone, pare quasi 300, sono state realmente messe in salvo. Per portare a termine la loro difficile impresa, infatti, i due amorevoli padroni di casa, dovranno ricorrere ad una serie di sotterfugi, mettendo a repentaglio le loro stesse vite. Saranno anche costretti a subire le prepotenze del capo zoologo del Reich, che ha una simpatia non ricambiata per la bella polacca. Il cinico nazista, per cercare di sedurla, farà leva sul suo potere, senza però alcun successo. Purtroppo, durante i bombardamenti, lo zoo andrà distrutto, insieme alla maggior parte degli animali, ma alla fine della guerra, il destino farà sì che i superstiti, riuniti da una sorte benevola, ce la metteranno tutta per riportarlo su come un tempo.

Su questo argomento si è tanto scritto, letto e raccontato da ogni prospettiva e punto di vista, per cui siamo abbastanza abituati alla drammaticità di questo scempio, da cadere, anche non volendo, in qualcosa di già visto e fin troppo sfruttato. Eppure, il film mi ha comunque commosso, perchè questa tragedia così ingiusta, ogni volta mi sconvolge, lasciandomi smarrita. Ancora di più, in questo caso, mi ha colpito il parallelismo tra lo strazio innocente del mondo animale e l’ingiustizia subita da un popolo, martoriato e perseguitato senza senso, dalla pazzia di un uomo.

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Borg McEnroe

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Pur non avendo mai stretto tra le mani una racchetta, ho comunque apprezzato questo film. Il tennis l’ho comunque vissuto, dall’esterno però, seguendo amici ed ex fidanzati. Ho assistito a così tante partite e tornei, da ritenermi quasi un’esperta. Mi ha fatto molto piacere ripercorrere quel periodo legato alla mia giovinezza, quando passavo le notti in bianco, per guardare alla Tv, via satellite, gli incontri di Coppa Davis dall’altro capo del mondo, oppure le finali del Roland Garros e Wimbledon. Questa storia credo abbia fatto riemergere in molti della mia generazione, la nostalgia per Gerulaitis, Vilas, Connors, Nastase, Fleming, Lendl e il nostro grande Adriano, campioni di altro tipo, perchè frutto di uno sport allora vissuto in modo diverso rispetto agli ultimi anni. Oggi, infatti, secondo me, ma forse mi sbaglio, tutto è diventato più veloce, scontato, quasi meccanico ed anche gli spettatori, hanno perso quella magia che dà il batticuore e l’adrenalinica tensione che provoca un match all’ultimo sangue. In questo film, i due assi del tennis si temono e si scontrano, ma con dolcezza, perchè aldilà della competizione, si rispettano e si stimano, fino a diventare negli anni, addidittura amici fraterni. E’ la dimostrazione che nello sport esiste un lato umano, che va oltre la gara e, così come abbiamo visto già in Rush tra Lauda e Hunt, ognuno tarsferisce all’altro una sana rivalità, quella che sprona e dà lo sprint per raggiungere le migliori prestazioni. La somiglianza di Borg è impressionante, sembra clonato e si fa persino fatica a pensare che non sia lui. L’attore svedese che lo interpreta, nella realtà è completamente diverso dall’originale, ma qui lo hanno reso identico : i capelli sono gli stessi, sia sciolti che schiacciati dalla fascietta elastica, idem per i completi, l’espressione degli occhi e l’atteggiamento. Shia Labeouf invece è un McEnroe meno credibile, a parte i capelli ricci raccolti esattamente come lui, sembra più Francesco Nuti davanti allo specchio, in versione “A me Rambo mi fa una sega”. Durante il suo percorso agonistico, Bjorn, spronato dal suo fedele coach, interpretato dal magistrale Stellan Skarsgard, ha dovuto imporsi di comprimere la propria innata agressività, sforzandosi di domarla per dare spazio ad uno snervante autocontrollo. Da qui sono nate le sue fobie e quei piccoli esorcismi, che lo hanno aiutato a restare lucido, quasi impassibile di fronte all’ansia da prestazione. Completamente diverso invece, il temperamento di John, che prima di diventare campione del mondo nell’81, era considerato un fastidioso attaccabrighe, arrogante e maleducato. Difetti che però, dopo, diventeranno il suo marchio di fabbrica, facendo esplodere la sua carriera. Interessante è il confronto tra le personalità dei due campioni, molto diversi tra loro, affrontato dal regista in modo equilibrato e fluido, attraverso stralci della loro infanzia, in cui si scoprono le debolezze, le paure e le perplessità, legate alla passione che li renderà mitici. Conoscere gli aspetti interiori di questi due uomini, mi ha incuriosito, perchè dai rotocalchi non erano mai saltati fuori. Certo, quando si raggiunge l’apice del successo, non è facile mantenerlo, perchè la linea tra l’ambizione e l’equilibrio psichico è molto labile. Coltivare le proprie passioni per raggiungere alti traguardi, purtroppo ha un prezzo. Infatti, alla lunga, l’impegno e lo stress per arrivare a certi livelli, destabilizzano, creando molta tensione. Non esiste più la privacy, tutto diventa pubblico, esposto, con conseguente precarietà dei rapporti familiari, che il più delle volte ne risentono. Appassionante è stata la finale al cardiopalma di Wimbledon, definita la più entusiasmante di tutti i tempi, in cui i due rivali si scontrano per vincere l’ambito trofeo. Punto dopo punto, in un susseguirsi di match point, ace, volee e rovesci a due mani, il biondo svedese vincerà la coppa per la quinta volta, coronando il suo sogno, prima di abbandonare i campi a soli 26 anni. A mantenere la tradizione di famiglia, ci proverà suo figlio Leo, un quattordicenne già candidato a grandi successi. La cosa carina è che nel film, lui interpreta il leggendario padre da ragazzino : bello, biondo e con due meravigliosi occhi chiari.

Manichini in carne ed ossa

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Sono stata in clinica per un intervento programmato da mesi. Una palla micidiale. Come tutto il resto della terra, odio trovarmi in questa situazione spiacevole, nella quale non puoi fare altro che subire passivamente quello che ti impongono di eseguire. Una volta infatti varcata la soglia dell’accettazione, ti rivoltano come un calzino, diventando un manichino in carne ed ossa, messo in posa, da girare e rigirare, secondo le necessità. Sei già molto fortunato se ti trattano con garbo e delicatezza, regalandoti un sorriso, come nel mio caso, perchè il più delle volte ti strapazzano, non ti danno proprio retta, e ti aggrediscono appena fai una domanda più specifica, come “a che ora passa il Dottore”, oppure “potrei avere un antidolorifico?” Per comunicare, puoi solo usare il questionario standard, tipo “mi porta un altro cuscino?”, oppure “mi cambia la flebo?”. Questo, ovvio, se capiti in una struttura con camere a due letti, perchè già a tre, puoi solo rassegnarti al tuo destino di paziente spazientito. Non c’è niente da fare, per il personale in corsia, siamo solo carne. Ne hai la conferma quando vai a fare una lastra o un esame. Tu entri con la faccina intimidita, un pò impaurito, col pigiama ridicolo e quella vestaglia, che non metteresti mai in in nessun’altra occasione della vita, neanche per 100 milioni di dollari. E lì, invece, mentre cerchi di farti passare ogni ansia, senti i tecnici dietro le quinte che, tra un “faccia un bel respiro” e un “ trattenga il fiato”, se la ridono parlando di cosa hanno mangiato a pranzo o di come sono andate le vacanze (molti anche di altro…). Capisco che, quando questo tipo di lavoro diventa routine, si arriva ad essere freddi e disincantati, quasi cinici, ma si dovrebbe conservare un minimo di tatto, almeno in apparenza.

Ho riso tra me e me, quando una delle infermiere mi ha posato sul comodino 5 flebo di fisiologica con la tipica camicina a fiorellini, dicendomi che erano per il mio intervento della mattina seguente. In quel momento, mi sono sentita come una condannata pronta per l’iniezione letale, a cui hanno consegnato il kit pre-morte. Peccato che per completare, mancava un lauto pranzo, che invece a me è stato vietato categoricamente. In sostituzione mi sono toccati 3 litri di bomberone depurativo che mi ricorderò per tutto il resto della vita. Così si è svolta la mia giornata di preparazione all’ operazione, passando dal letto al corridoio, dalla sbobbazza al bagno, e dalla radiologia alla compilazione delle cartelle cliniche, così rapide, che a stento sono riuscita a dire il mio nome e cognome. Meno male che sono capitata in stanza con una simpatica vecchietta ottantottenne, di quelle toste, che proprio quel giorno compiva gli anni, quindi è stato un viavai di auguri e visite, che mi hanno portato allegria. La stessa allegria che poi ho trasferito a lei, parlando del più e del meno come fosse mia nonna. Ancora più azzeccata l’idea di portarmi dietro il pc, perché almeno, tra il cellulare e il computer, sono riuscita a mantenere la mia inguaribile dipendenza da wi-fi, che però, in certi casi, ha il suo perchè.

Comunque, devo dire, che a parte un po’ di consapevole ironia su di un mondo che spesso presenta molte carenze, in questa clinica mi sono trovata benissimo e, contro ogni aspettativa, mi hanno coccolato ed assistito con amore. Lodevole. Una piacevole e inattesa sorpresa, anche per quanto riguarda i medici, in stile Grey’s Anatomy, non solo gentili, ma anche interessanti da un punto di vista estetico, il che non guasta. Peccato che, nella condizione di operanda, non mi potevo certo sentire seduttiva : struccata, con le occhiaie a vista, in camicia da notte e pantofole, privata di ogni forma di femminilità. Avrei potuto usare ancora meno le mie armi, distesa sul tavolaccio di acciaio, con in testa la cuffia da caseificio, nuda come un verme, sotto le impietose luci al neon, dove diventa visibile, anche l’unico pelo sfuggito al rasoio.

.Meno male che per me, sdrammatizzare, è la formula magica per affrontare gli ostacoli.

Gatta Cenerentola

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Da quando questo film ha ricevuto consensi di pubblico e critica al Festival di Venezia, se ne sta parlando molto. Essendo una storia di matrice strettamente napoletana, non può forse piacere a tutti, nè tantomeno è rivolto a quei bambini che credono di vedere l’ennesima fiaba rivisitata. I genitori che li accompagnano, dovrebbero informarsi meglio sulla trama, per evitare di deluderli. Si tratta, infatti, di un film più adatto ad un adulto. Targato Napoli in tutto, produzione, regia, musiche e soprattutto nella recitazione, spesso in dialetto così stretto, da ricorrere ai sottotitoli (solo per chi non mastica bene il napoletano-street). A me è piaciuto molto questo film e ne sono rimasta affascinata. All’inizio ho stentato un po’ ad entrare completamente in quello scenario fumoso, un po’ surreale, in cui i personaggi ruotano tra favola e realtà, ma poi ho capito che dovevo seguire le immagini senza pormi troppe domande, e gustarmi la storia lasciandomi cullare dall’animazione, che ho trovato geniale e moderna, ma nello stesso tempo anche antica. E’ un tipo di cartone, infatti, che riesce ad amalgamare un cocktail di disegni del passato, con un suo stile molto personale e originale. Parlo, per esempio, delle figure e le espressioni che ricordano Arsenio Lupin , le movenze di Jessica Rabbit, la fisicità di Corto Maltese e i volti dei Manga. Nelle ambientazioni, invece, si respirano vagamente gli indimenticabili angoli Disneyani, nelle luci, i colori e i dettagli. In questo musical noir, si trovano molti aspetti comuni della realtà partenopea, specialmente quelli negativi, quindi lo si deve vedere con occhi consapevoli, quasi complici del complesso mondo napoletano. La trama segue la classica sceneggiata alla Merola, con “isso, essa e ‘o malamente”. Qui, in più, però, emergono spunti della favola di Cenerentola, ma solo di striscio, con altre sfumature.

Tutto si svolge nella Megaride, la nave costruita da un ricco armatore per un progetto ambizioso, creare cioè, attraverso ologrammi, un registratore di immagini di tutto quello che accade al suo interno, in una specie di mega contenitore di memoria. Futuristico e improbabile, ma del resto, quasi tutto in questo film è frutto di fantasia. Senza dubbio una fantasia singolare, che scaturisce dalla mente degli ideatori di questo cartoon. Questi direttori tecnici, infatti, sono stati straordinari nell’accentuare ogni minimo particolare dei personaggi. Il risultato che ne viene fuori è perfetto, e le varie personalità si mescolano con armonia : l’aria da mascalzone di Salvatore, cinico trafficante di droga, la parodia del suo assistente con l’erre moscia, l’eleganza dell’armatore, l’aspetto belloccio di Gemito, uomo della sua scorta, l’aria spavalda dei contrabbandieri, la sensualità di Angelica, super femminone, la caricatura delle sue 6 figlie (incluso il fantastico Femminiello) e infine il viso triste e scavato della piccola Mia, la Gatta Cenerentola, “jatta” come la chiamano le sue sorellastre, la minuta protagonista, tutt’occhi, che alla fine, si prenderà la sua rivincita. Il doppiaggio, nonché l’interpretazione dei personaggi è di altissimo livello. Massimiliano Gallo, Alessandro Gassmann, Maria Pia Calzone, Mariano Rigillo e Renato Carpentieri, tutti attoroni adatti ognuno al proprio ruolo. Si alternano canzoni di tradizione napoletana, con alcune inedite. Bellissima quella cantata da Enzo Gragnaniello alla chitarra, ovviamente in veste cartoon e quella alla fine del film, che mi ha trasmesso grande energia ed entusiasmo, lo stesso che avrà probabilmente sollecitato la standing ovation a Venezia, sui titoli di coda.

Dunkirk

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Qui non ho provato la stesso stupore, trovando al contrario, grande confusione nella contemporaneità delle scene che collegavano l’episodio accaduto a Dunkerque (in francese). La simultaneità dei luoghi : mare, spiaggia e cielo, mi è sembrata piena di caos, priva di effetti magici. Avrei voluto percepire un’esplosione di adrenalina, non solo quella delle bombe lanciate sui poveri soldati. Non si riusciva a capire bene quali erano i sopravissuti, dove si trovavano, da dove venivano, e ancora di più mi è mancata un minimo di storia umana. In tutti i film di guerra, infatti, oltre i combattimenti, le mine e il sangue, esiste uno stralcio di vicenda che lega i protagonisti, giusto quel pizzico di “teatralità”, capace di catturare lo spettatore e fargli vivere gli avvenimenti con maggior partecipazione. A mio parere, sicuramente si sarebbe creato più pathos, invece di assistere ad un lavoro documentaristico, basato principalmente sulla ricostruzione storica dei fatti. Mi dispiace sia mancata la parte umana. Certo, non si può dire che non sia un film drammatico, vista la disperazione stampata negli occhi di quegli sventurati ragazzi, dai volti terrorizzati. Probabilmente, il regista ha voluto puntare più sui loro sguardi indifesi, sacrificando la parte “romanzata”, e dare maggior effetto al film nei colori e nella fotografia, un po’ cupi e appena colorati, che mi hanno rievocato i film neorealisti in bianco e nero, spesso però noiosi. Anche Dunkirk, infatti, a tratti, appare un po’ lento, forse perchè i dialoghi sono ridotti al minimo indispensabile, penalizzando l’interpretazione degli stessi attori, relegati in piccole parti di secondo piano. Tom Hardy, sembra quasi sprecato, chiuso nel suo velivolo tra le nuvole, intento solo a bombardare gli aerei nemici. Mark Rylance, straordinario premio Oscar per “Il ponte delle spie”, qui dà solo il 50% , così come Kenneth Branagh o Cillian Murphy, entrambi di sottofondo.

Azzeccatissima invece, regina come sempre, la musica di Hans Zimmer, mio mito, che accompagna e riempie col suo suono incalzante, i 106 minuti del film. Questo musicista incredibile, riesce ogni volta a creare un’atmosfera magica, capace di far da collante, anche quando la pellicola non coinvolge al massimo, così, come è accaduto a me.

Atomica bionda

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Ho guardato questo thriller noir, cercando di ricostruire via via le cose, ma, anche concentrandomi, non ci sono riuscita. Tornata a casa, per far quadrare i conti, ho dovuto leggere la trama. Finalmente mi si sono schiarite le idee, mentre durante la visione, mi era apparso tutto molto ingarbugliato. Questo, però, non è positivo per una sceneggiatura. Un film è ben fatto, quando, strada facendo, i personaggi e la trama appaiono chiari e comprensibili. Non si capiva invece, chi stava dalla parte di chi, di chi ci si poteva fidare, e quali fossero i buoni e i cattivi. In effetti, di buoni non ce n’era neanche l’ombra. Sullo sfondo di una colonna sonora magica e incalzante, in pieno stile anni ’80, dove si spazia da George Michael ai Depeche Mode, si scontrano ferocemente un mucchio di spie, agenti dell’Intelligence e scagnozzi inferociti, che sbucano ad ogni angolo di strada. Tutto si svolge a Berlino, nel 1989, all’inizio della guerra fredda, appena prima che cadesse il Muro e questa è l’unica cosa che ho capito… Ma la vera regina della storia è lei, Cherlize, la bionda atomica, elegantissima e nel pieno della sua forma. Fisico da sballo, anche se un pò meno in carne, viso stupendo, capelli platino e vestiti che le cadono a pennello, anche quando scazzotta come una furia. Già, perchè per tutto il film Lorraine non fa altro che lottare, azzuffarsi, e prendere a pugni qualsiasi delinquente cerchi di intralciare i suoi obiettivi, sempre mantenendo, però, un self control glaciale. La sexy 007 è stata la “stuntwoman” di sé stessa, rifiutando categorigamente controfigure per le sue scene d’azione. Si è sottoposta a un duro e pesante allenamento, insieme ad otto trainer, compreso il suo amico Keanu Reeves, già abituato a ruoli violenti. Il film, infatti, è molto crudo da questo punto di vista, specialmente nella scena conclusiva, forte e cruenta, che dura quasi una decina di minuti. Cherlize sbatte e rimbalza contro i muri, viene massacrata di calci, colpi di pistola, percosse e una serie di pugni che le deturpano il faccino, riempiendola di lividi ed ecchimosi, ma lei non demorde e ricambia la partita con la stessa fredda determinazione. Senza dubbio, è un’attrice che ha dimostrato ormai di essere in grado di ricoprire ruoli di ampio genere, ma le mancava solo questo per completare la sua carriera di artista : una virago bisex, pronta a tutto.

Al termine del film, per ricostruire le cose, non mi è bastato neanche il colpo di scena finale, che in genere finalmente aiuta a sciogliere la matassa, e sono rimasta lo stesso incredula, ponendomi ancora milioni di domande. Comunque, aldilà di tutto, non posso dire che sia stato un brutto film, magari da vedere seduta tra lo sceneggiatore e il regista, gli unici in grado di sciogliermi ogni eventuale dubbio.

Piccole manie

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PICCOLE MANIE

Ognuno di noi ha qualche piccola o grande mania che si porta dietro da ragazzo. In alcuni, queste fissazioni possono diventare anche vere e proprie fobie. Le mie, non le considero ossessioni, ma solo fisime, o intolleranze. Eccole :

Vedere un quadro storto.

Le rape rosse.

Quelli che non salutano, e poi dicono di non averti visto.

Le persone tirchie.

Chi non è mai puntuale.

Il caffè amaro.

Qualcuno che legga prima di me, un giornale appena comprato.

La palestra.

I tavoli che traballano.

I precipizi, il vuoto e l’altitudine.

Le moto che sembrano “astronavi”.

Chi parla al cellulare troppo forte.

Gli abissi marini.

Gli uomini in canottiera.

Le zanzare e tutti gli insetti.

Entrare al cinema quando il film è già iniziato.

Chi mangia come un selvaggio.

I fanatici religiosi.

Le macchie su di un abito.

Il Karaoke.

Lo smalto rovinato.

Perdere un oggetto qualsiasi al quale sono legata.

Chi sa di aglio anche a distanza.

Le calze sfilate.

I balli latino americani.

Gli spazi claustrofobici.

Vomitare.

Le lampadine fulminate.

Le ballerine.

La ricrescita evidente dei capelli.

Il caldo torrido.

Dormire con qualcuno (tranne alcune eccezioni).

Chi travisa i concetti, rigirando la frittata.

Stare al centro al cinema, tra due persone (amo essere la prima della fila).

Dormire col buio pesto.

L’alito di fumo pesante, oppure sentirne l’odore in camera da letto e in auto.

Qualcuno si rispecchia in un paio di queste manie, o sono la sola?

 

 

Trincea spinata

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Se potessi scgliere di rimuovere un elemento dalla sfera dei sentimenti, cancellerei sicuramente l’incertezza, la più odiosa e logorante avversaria dei nostri forse e dei nostri perché. Non risparmia nessuno, siamo tutti sue prevedibili vittime. Non sono eslcusi da questo massacro neanche le persone più fredde, determinate, risolutive, né quelle baciate dalla fortuna, i belli, i realizzati, o chi ha la strada spianata. Anzi, sicuramente chi è arrivato in alto, avrà combattuto parecchio con chissà quante perplessità. Quando la “maledetta” decide di entrare in scena, si esalta, indossando il suo abito più bello. Ci prova gusto ad avvolgerci, prima lentamente, poi aumentando il ritmo, fino a che non diventa sempre più incalzante. Agisce peggio della barbara goccia cinese, che scende a cadenze regolari, monotone, costanti. Un effetto claustrofobico, che può causare danni immensi. Tutte le nostre crisi, nascono dall’instabilità. L’ansia è la prima componente. Basta pensare al perchè ci assalgono gli attacchi di panico. Facile, è la conseguenza naturale di riserve, titubanze e indecisioni. Un’agitazione fisiologica, dettata sempre e solo, da quel ponte precario che unisce l’incerto con la determinazione di una scelta. In moltissime occasioni della nostra vita, siamo aggrediti da una marea di elucubrazioni mentali che, arrovellandoci il cervello, seviziano la nostra psiche. Il più delle volte, è molto più pesante la fase del tormento, nel chiedersi cosa fare o non fare, di quella successiva. Infatti, anche di fronte ad una notizia spiacevole, si reagisce e si manifesta meno angoscia del non sapere. Che cosa terribile accorgerci che nel momento in cui siamo invasi dai dubbi, non ci importa di nient’altro. Nessuno può aiutarci e, anche se i più cari cercano di collaborare per trovare un senso o una soluzione alle nostre problematiche, a noi non basta. Continuiamo a rimuginare e a pensare, martoriandoci, spesso senza risultato. Cosa fare, cosa dire, come comportarci, e cosi via… Sono mille, le domande che ci poniamo nei momenti in cui l’agitazione prende possesso della nostra fragilità. Del resto siamo umani e quindi, destinati a soffrire. Sul lavoro ci barcameniamo nell’altalena dei compromessi e in amore ci affliggiamo tra vittimismo e intraprendenza, cercando di trovare un giusto equilibrio tra dare e avere. Per non parlare poi del dilemma che ci assale, se pensiamo che il partner ci tradisce. Ma anche per quanto riguarda l’aspetto salute, siamo tritati da milioni di timori circa le alternative da considerare, e le mille opzioni che, purtroppo, spesso siamo costretti a valutare.

Non c’è niente da fare, qualsiasi siano le decisioni da prendere o gli obiettivi da raggiungere, nulla può realizzarsi, se prima non si passa attraverso l’inestricabile “trincea spinata” dell’incertezza.

Giornalista catturato nella rete4

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Il primo amico che inaugura la pagina della mia Home salottiera, con uno dei suoi racconti, è una giovane autrice che preferisce firmarsi con uno pseudonimo : LADY CHATTERLEY. Lascio a lei la possibilità di presentarsi.

Amo il personaggio di Lady Chatterley. Me lo sento cucito addosso. Una donna attraente, colta, progressista, amante dell’amore, però a volte insoddisfatta, sola e malinconica, perché spesso non compresa. Si butta a capofitto nelle storie d’amore che la coinvolgono, vivendole appieno, ma il suo regalarsi non sempre la compensa, lasciandola spesso malinconica e inappagata. “Connie” è un’eroina simbolica. Una “eroina” nel senso anche di dipendenza nei riguardi degli uomini, una droga benefica però, non lesiva, che ha delle similitudini con i maschi che hanno circondato e abitato la mia vita. Attraverso i suoi occhi, racconto storie, flirt, amori, momenti di sensualità o sentimento, seguendo le sue fantasie e i suoi sogni, come se li avessi vissuti, o forse…come li ho davvero vissuti. Chi può dirlo?”

Mi piaceva come conduceva il TG, era spiritoso, ironico, anche se doveva leggere notizie tragico-seriose. Lo seguivo ogni giorno in tarda serata e così un poco alla volta, mi iniziò anche a piacere, pur non essendo il mio tipo di uomo. Ho iniziato così ad escogitare un espediente per riuscire a conoscerlo, ma non era facile. Non avevo molti strumenti a favore e non mi sembrava neanche un tipo accessibile, propenso a farsi acchiappare. Un giorno mi venne un guizzo e gli inviai un’audio cassetta con inciso un discorso eloquente e diretto, che in precedenza, aveva già fatto colpo su altri suoi colleghi, del tipo : “ Ti guardo sempre, mi interessi, mi incuriosisci” ecc ecc. Non seguì, però, nessuna risposta, così, pensai : <Chissà, forse non l’avrà neanche ricevuta>. Per una strana coincidenza, mia cugina che era al corrente di questa mia simpatia, mi disse che lo aveva incontrato in vacanza a Formentera e così, come ultima chance, presi la palla al balzo e gli inviai una lettera, inserendo una cravatta ed anche una mia bella fotografia, sperando di far colpo. Poi, giocandomi il jolly gli scrissi : “ Ti ricordi di me? Ci siamo visti di sfuggita a Formentera in un locale, ma non potevo parlarti perché ero in compagnia. Il 9 devo venire a Milano e non so come fare per contattarti. Ti mando questa cravatta. Se decidi di volermi incontrare, in Galleria, alle 11, mettila una sera al TG ed io capirò che verrai.” Di sicuro un’idea genialmente creativa, ma non ero per niente sicura della sua reazione. Ci avevo solo provato, come al solito, per soddisfare il mio ego di femmina, che difficilmente sbagliava un colpo. Una sera ero a casa e stiravo davanti alla Tv aspettando il Tg4. Appena partirono i titoli di testa…tac!!! Apparve il complice giornalista con la mia cravatta al collo!! Mi venne un infarto, non ci potevo credere, non sapevo se ridere, piangere, urlare, sedermi o bere qualcosa, invece mi attaccai subito al telefono per chiamare mia cugina e raccontarle della mia ennesima vittima.
Il 9 partii per Milano (non gli avevo detto che sarei andata solo per lui), presi un taxi, tutta carina, gonna leggera a fiorellini, blazer nero doppio petto senza camicetta, autoreggenti e tacco alto nero. Il mio look difficilmente stonava e sapevo bene come colpire un maschio curioso, infatti lui, con la sua risposta televisiva, mi aveva dato conferma di rientrare nel mucchio.

 

Ci vedemmo al Savini sotto la Galleria e poi andammo in un Bar di S. Babila. Di primo acchito non mi fece una bella impressione. Occhi chiari, ma piccoli, peli sulle mani, orecchie molto grandi, capelli troppo scuri, insomma…una magra delusione. La cosa che mi scoraggiato più di tutte però, fu il suo comportamento freddo da finto playboy macinatore di donne, che mi ha smontato per la sua banalità. Che delusione sentire la sua mano sotto il tavolo, che mi toccava le cosce, mentre mi chiedeva tra le righe, di andare in bagno, togliermi le mutandine e aspettarlo, per una sveltina, che squallore. Non feci un passo. Dopo un pò lui decise di portarmi a casa sua in tram (visto che era a piedi) e lì mi baciò davanti alla finestra, girandomi verso il muro e alzandomi la gonna. Non mi sentivo per niente coinvolta, però ormai ero in ballo e mi prestai al gioco. Invece, dopo un paio di strusci, nei quali avevo potuto comunque sentire la sua eccitazione, all’improvviso si bloccò, dicendomi che non gli andava di fare sesso con una sconosciuta e preferiva evitare (!!??!!). Secondo me, e l’ho pensato anche dopo, non era né un maschio DOC, nè un grande amatore.

Per fortuna che a me, come sempre, non importava arrivare ad una prestazione sessuale. Il mio maggior obiettivo era e sarà sempre, far trovare alla mia fantasia, una chiave di entrata per sprigionare la mia seduttività, e questo, anche questa volta, era accaduto comunque alla grande.

Sessual-mente

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Esistono uomini che fanno l’amore e altri che fanno sesso. Certo, la donna che si ha accanto incide parecchio, ma, sulla base di ciò che ho vissuto e sulle confidenze di altre donne, tendo più a pensare che ognuno viva il rapporto fisico in modo molto personale, secondo il proprio temperamento. Chi fa solo sesso segue un suo stile un po’ bestiale, animalesco, distaccato, come se in quel momento volesse solo compiere un atto carnale, appagando i propri sensi, senza preoccuparsi della compagna. Un atto che definirei quasi preistorico, medioevale, di altri tempi, una reminiscenza di quando i maschi si accoppiavano dominando le femmine con prepotenza, soggiogandole in un’appagante sottomissione, senza per loro avere alcuna considerazione. Ancora di più mi ricordano i padroni terrieri delle piantagioni, quando si impalmavano le schiave, chiedendo loro ogni tipo di servigio, per poi scoparsele quasi con imposizione.

Ho conosciuto uomini con i quali ho fatto “l’amore” e dai quali sono stata amata, anche se solo per pochi minuti, persone appena conosciute, individui di una sola notte e che non ho più rivisto, eppure ognuno di loro, quando faceva sesso, sentiva la necessità di viverlo con partecipazione e coinvolgimento totale, regalandosi e donandosi completamente. Parlo di baci umidi bocca nella bocca o altrove, carezze, mani dovunque, umori negli umori, vortici di lingue, corpi incollati l’uno dentro l’altro, in un tripudio di sensi amplificati, dimenticando da quanto tempo ci si frequentava o il valore dei sentimenti provati in quel momento. Altri, al contrario, non si sono mai abbandonati durante il rapporto, evitando persino di baciarmi, e se mi avvicinavo io per farlo, sfuggivano quasi alle mie labbra, facendomi capire che baciare non gli piaceva proprio. Non gli stava a cuore capire se provavo piacere o quali erano le molteplici sfumature sensuali che mi donavano maggior estasi, né si preoccupavano del mio orgasmo, perdendosi la magnifica sensazione di memorizzare, come in una foto, l’espressione che ho quando questo accade.

Tra un uomo e l’altro ci sono molte differenze anche nelle abitudini, nella dinamica e nei preliminari di un rapporto fisico. Ad alcuni piace tenere la luce accesa, per soddisfare la propria vista altri, invece, preferiscono tenerla spesso anche spenta. Chi “fa l’amore” lo fa specialmente nella posizione tradizionale, l’unica che permette ad entrambi di guardarsi negli occhi, fusi l’uno nell’altro. Chi, invece, “fa sesso”, lo vive come una palestra, freneticamente, sudando tra mille acrobazie, più per un desiderio di performance che per il raggiungimento del piacere. Come in tutte le cose, l’ideale sta nel mezzo, perché si sa, che una giusta dose di dolce brutalità, piace a tutte.

Pot-pourri virtuale

untitled È incredibile come dai post su Fb si possano individuare, a brevi linee, le tracce della personalità di ciascuno di noi. Inutile, dire che è riduttivo. Ovvio che lo è, ma solo in parte però, perché la natura di un individuo si intravede anche da un minimo cenno, in questo caso, da una costante di piccoli segnali. Come nei bambini. I primi passi, le prime parole, i primi disegni strampalati, i primi sorrisi, sono le impronte istintive primordiali, quelle che poi determineranno il nostro carattere per il resto della vita. I test psicologici non servono forse a questo? Con semplici e immediati quiz, valutiamo spesso la nostra mente e la nostra indole.

Qui, nel mondo di Facebook, si trova di tutto. Un campionario di anime che hanno voglia di comunicare qualcosa, e questo è il bello, perché poi ognuno, aldilà dei rapporti personali, può scegliere chi seguire, o no. Altro discorso vale per i vigliacchi, che si mostrano sotto mentite spoglie, per seguire di nascosto noi altri, spiarci, controllare le nostre cose e magari criticare, ma senza esporsi. Oppure gli ambigui/fantasma, che mettono la propria faccia sul profilo, senza partecipare, non mettono commenti a nessuno, ma poi quando li incontri, ti fanno capire che sanno tutti i fatti tuoi…

In questo scatolone colorato, in prima linea ci sono i selfisti, che si scattano e si riscattano (come me). Soli, a coppie, o in gruppo. Seri, sorridenti, con bocca a cuore, o come si dice qui “a culo di gallina” (io questo mai). I goderecci, i selfie, se li fanno per lo più nei ristoranti o addirittura con le pietanze. Ci riempiono di scamponi, brodetti, chitarrine, cocktail e bottiglie. Chi invece pubblica video di ricette veloci (nel vero senso della parola, vista la rapidità delle immagini), tra torte, voulevant, sformati e stuzzichi, dimostra una innata vena culinaria. Gli amanti degli animali, sono forse i prezzomolini, riempiono il web di video e foto di cani e gatti, propri, o di repertorio. Alcuni fanno a gara per mostrare i pescioni che hanno pescato, i panda in estinzione, scimmie che danzano, o animali trucidati. Molti di loro, infatti, combattono la violenza e lo sfruttamento, sperando di sensibilizzare le persone all’animalismo. In genere questa fascia va di pari passo con gli ecologisti, che cercano di coinvolgere il prossimo sull’abuso delle risorse naturali, promuovendo metodi scientifici innovativi, volti a tutelare l’ambiente (ma nessuno se li fila). Per fortuna che per smorzare i toni, esistono moltissime ragazze spumeggianti, che dai loro fashion blog, propongono tutorial di moda, make up e quel settore cosmetico che dovrebbe servire a migliorare rughe, zigomi e occhiaie. Questa spruzzata luminosa di freschezza e colore, rallegra e ravviva piacevolmente la Home, insieme ai viaggiatori incalliti. I viaggi e le vacanze, da sempre sono sinonimo di ottimismo e fanno fantasticare. Questo gruppo di girovaghi (come me), raccontano i luoghi visitati attraverso milioni di foto e video. Esistono su Fb tantissime proposte di pacchetti vacanze, voli low cost, offerte vantaggiose, suggerimenti per lavori di T.O. online, o persone che magari non potendo partire, postano foto di mete da sogno. Anche la musica è molto presente in questo spazio. Si ascoltano canzoni di ogni genere con video live, o presi su You Tube, pubblicati dai musicologi (come me). Gli sportivi, invece, pubblicano articoli di running, crossfit, ironman, bombardandoci di esercizi da fare a casa o in palestra, per tonificarci e dimagrire. A questi si aggiungono i loro cugini, ovvero i maniaci del calcio, che vanno in ferie solo il mese di luglio, per poi riprendere gli altri undici mesi dell’anno, a parlare ossessivamente di pallone in tutte le salse. Si assiste impotenti ad una vera corrida tra tifosi, che si scannano se le proprie squadre vincono, o perdono. Di tutt’altra pasta sono i tragici, che si crogiolano nei guai del pianeta, alluvioni, terremoti, sciagure da ogni parte del mondo, e vanno molto d’accordo con i necrologisti, cioè quelli che fanno a gara a scoprire quali sono i morti del giorno per poi riuscire a mettere per primi, la inflazionata sigla RIP.

I romantici parlano sempre d’amore, con annessi e connessi. Chi lo vive lo esalta, chi lo ha perso lo rimpiange e chi lo cerca lo sogna (come me). Da irriducibili sentimentali, scrivono e postano anche poesie, scontrandosi con i maniaci lussuriosi, che pubblicano invece una caterva di culi, tette e video sul tema. Certi lo fanno con ironia, altri meno…La categoria peggiore, a mio parere, sono i politicizzati, che si soffermano unilateralmente su questo argomento, sviscerandolo da “destra a sinistra” e viceversa. Questa marea sconfinata di intellettualoni, a cui non interessa scrivere altro, vanno molto d’accordo con i contestatori patologici, quelli che si lamentano del sistema per partito preso, andando contro tutte le istituzioni. Molto più rilassanti sono i cinefili (come me), che commentano e parlano spesso di Cinema, attraverso recensioni, colonne sonore e frasi estratte dai vari film. Chi non ha molto da dire, invece, scrive citazioni su citazioni di altri, spesso spacciandole per proprie, intenzionalmente, o forse solo perché non hanno ancora capito che vanno messe tra virgolette. Dimenticavo, in ultimo, un’altra fascia in grande evoluzione, che è rappresentata dai ragazzi giovani avviati alla carriera. Questi manager del futuro, esaltano con grande enfasi, talvolta esasperata, un comportamento che porti a generare alte fonti di motivazione. Attraverso conferenze, libri e testimonianze, inducono chiunque ad agire con determinazione, per realizzarsi e raggiungere i propri obiettivi.

Che dire, il mondo di noi “feisbucchiani” è proprio un bel parterre di menti ingarbugliate, a volte distanti o in conflitto, a volte affini e in comunione, ma tutte legate ed incollate in questo pot-pourri virtuale, che anche se fa acqua da tutte la parti, è la mia droga.

Un’aliena emarginata

ufo-2413965_960_720Sono tanti gli aspetti basilari che un uomo deve avere per piacermi, troppi. Più vado avanti, e più questo traguardo impegnativo, comincia a farmi sentire un’aliena. Forse sono diventata troppo esigente e intollerante, da diventare una perfezionista patologica. Per essere meno emarginata, quindi, non mi resta che scartare parecchi dei miei fantomatici requisiti, restringendo la lista. Su alcuni di questi, però, non riesco proprio a sorvolare. Partiamo dai primi due, che sono assolutamente necessari per superare l’esame di ammissione : un piacevole impatto d’insieme, capace di comunicarmi subito una certa attrazione, e un timbro di voce accattivante, calda, senza inflessioni dialettali accentuate. Dopo gli attributi esteriori però, ne occorrono altri tre, miscelati in una giusta dose : un’adeguata intraprendenza, spiccata ironia ed un’ampia elasticità mentale. Ovviamente non basta, seno non sarei complicata, quindi per capire se quell’uomo è adatto o meno, devo verificare l’ultimo test, il più impegnativo. A molti sembrerà un dettaglio marginale, invece per me è una nave spia, che mi fa intuire in anticipo, quei segnali che rivelano le abitudini, l’educazione ed un comportamento adeguato. Parlo della postura giusta, per stare a tavola in modo corretto. Sarò anche un po’ fissata, ma quando vedo qualcuno scomposto, o con atteggiamenti da selvaggio, mi scade e, anche se mi sforzo di superare, non posso fare a meno di smontarmi. Mi è capitato più di una volta di andare a cena al primo incontro ed accorgermi che anche persone insospettabili, dall’apparenza raffinata, si perdevano in dettagli non proprio eleganti, sui quali non riesco a soprassedere. Intendiamoci, quando parlo di buone maniere, non intendo avere di fronte un manichino imbalsamato, che mangia come un robot. E’ una questione di buon gusto, che va oltre le comuni norme del galateo. Si può mantenere infatti una certo stile, anche assumendo una posizione inopportuna, o impugnando le posate in modo sbagliato. Il famoso detto “la classe non è acqua”, ne è l’esempio. Anche nell’abbigliamento, è la stessa cosa. Il modo di vestire per me ha molta importanza, non conta però ciò che si indossa, ma la disinvoltura con cui ci si muove, il fascino. Ci sono uomini che stanno meglio in polo e bermuda, piuttosto che dentro un abito gessato, perché magari hanno una natura più easy. Altri, al contrario, si sentono più a loro agio in grisaglia grigia o blu e non con un look sportivo.

In aggiunta a questi requisiti, infine, potrei associarne un settimo, altrettanto indicativo : vedere come se la cavano senza niente addosso, visto che anche in questa circostanza, vince la scioltezza. Un palestrato perfetto, se impacciato, potrebbe diventare insignificante, mentre un tipo comune, ma più naturale, potrebbe sprigionare maggior sex appeal.

Comunque, essendo un’eterna romantica, potrei fare senza dubbio un’eccezione, ribaltando tutte le mie razionali convenzioni, ma solo per un uomo davvero speciale. In quel caso, mi farei travolgere, aprendogli il cuore. Lo amerei anche se fosse timido, niente di che, permaloso, limitato, in tuta, con i “piedi sul tavolo” e la voce da scaricatore di porto.

Il tuo ultimo sguardo

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Scrivo di getto il mio giudizio su di un film che già dal trailer avevo capito mi sarebbe piaciuto. Parlo di “Il tuo ultimo sguardo”, con Charlize Theron e Javier Bardem. Sulla stessa scia avevo visto anni fa “Amore senza i confini” con Clive Owen e Angelina Jolie, bellissimo. La critica ha stroncato questo film di Sean Penn e non ne capisco davvero il motivo. Sono stati impietosi, concentrandosi più sul gossip legato all’inizio e alla fine dell’amore che legava il regista all’attrice, che al contenuto. L’atteggiamento disfattista dei critici per partito preso, nei confronti delle recensioni, è ormai noto. Sembra quasi che  debbano a tutti i costi trovare i punti deboli di una pellicola.

Io la vedo in tutt’altro modo e non credo di essere una sprovveduta, visto che vado al cinema quasi 365 giorni all’anno. Ritengo, aldilà dei gusti personali, di essere in grado di apprezzare, o demolire un film, con obiettività. A parte questa premessa, come ho detto, voglio esprimere una mia opinione d’istinto, come faccio sempre, senza lasciarmi condizionare da nessuno.

La storia è imperniata sulla vicenda che lega due medici Senza Frontiere in Africa, nel pieno degli scontri tra Liberia e Sierra Leone. Miguel, medico appassionato, è spinto dal un irrefrenabile senso umanitario, legato più alla necessità personale di sentirsi utile, che al sistema istituzionale. Wren invece, direttrice di una organizzazione umanitaria, sulla scia del padre, è più portata ad abbattere i mali del mondo, estirpandogli dalla base. Si incontreranno in un accampamento di profughi dell’ONU, dove inevitabilmente scoccherà la scintilla del loro amore. Non ci si può sottrarre alla combinazione di chimica, condivisione ed emozioni, che avvicinano alcuni individui in certe circostanze, in cui tutto si amplifica. I due attori sono intensi, espressivi e trasmettono tutto la loro passione travolgente. Sean Penn dimostra una grande mano nel soffermarsi sulle inqusdrature dei primi piani, quasi sfocati, mettendo in luce gli sguardi profondi, e tutte le sfumature dei due innamorati. In questo film intenso e crudele, si rafforzano le atrocità della guerra e i suo aspetti feroci. Carni maciullate, corpi inzuppati di sangue, cancrene, arti spappolati e budella arrotolate, sono alla base delle scene, sotto bombardamenti e guerriglie di balordi predatori. In uno spazio di quasi 10 anni, i due amanti dovranno fare i conti con il loro amore difficile, perchè compromesso da principi e vedute diverse. Del resto, il nosto carattere non può mutare, neanche davanti ad un grande sentimento.

Amo le storie passionali, forti, ricche di pathos, di cui questo film è impregnato. Mi sono ricordata L’ Africa, la sua terra rossa, i visi dei bambini innocenti, che sorridono anche se soffrono. Una popolazione che riesce a sopportoare il dolore, la povertà e ogni disagio, accontentandosi anche solo di un piccolo gesto di speranza. Azzeccato anche il sottofondo musicale Swahili, che attenua con la sua dolce melodia, la crudeltà di certe scene cruente.

Capri ieri oggi e domani

Faraglioni,_Capri,_ItalySono in aliscafo diretta a Capri, la mia isola dell’amore. Non potrebbe essere diversamente, visto che al 99% ci sono stata con fidanzati. Nostalgicamente, guardando i turisti stranieri, le comitive, le coppiette, i pendolari, mi riaffiorano i ricordi di un periodo bellissimo, ma ormai lontano. Una vita fa, un’altra vita. La mia prima volta è stata a 14 anni, in vacanza con mia cugina. Una bella vacanza estiva, frizzante e movimentata, insieme ad amici, tra cui quello che poi diventerà suo marito. Un approccio positivo, anche se adolescenziale. Ci sono tornata poi diciassettenne, con mia sorella e i ragazzi che dopo avremmo sposato. Eravamo giovanissime e i nostri uomini ancora all’università. Per risparmiare, alloggiavamo in pensioncine, così da farci uscire qualche ristorante e un paio di gite in barca. Ma, nonostante non fossimo pieni di soldi, ci divertimmo lo stesso. Più avanti, neo mamma, ho accompagnato mio marito, ormai medico, ad un congresso, insieme ad una coppia di amici carissimi. Un altro impatto stupendo tra Hotel di lusso e bella gente. Qualche anno dopo, invece, quest’isola è diventata la meta fissa delle mie vacanze estive per sei anni di seguito, con un fidanzato, a cui piaceva fare la bella vita. Nei cinque giorni di relax che passavamo ad agosto, si viveva come vip. Abbiamo girato tutti gli Hotel più famosi. Facchini con divisa e cappello del nostro Albergo di turno, venivano a prendere i nostri bagagli al molo di Marina Grande, mentre noi salivamo fin su in piazzetta, con i tipici taxi vintage. La prima volta scegliemmo la Scalinatella, un albergo delizioso, elegante, chic, ma intimo, nel tipico stile caprese, con ceramiche bianco-blu e tocchi moreschi. È ancora oggi molto romantico, con una piscina tra pini marittimi e bouganville.

La nostra seconda tappa invece fu all’Hotel color ocra di Punta Tragara. Dormivamo in una suite a due piani, con mega terrazza di fronte ai faraglioni. Nella più totale intimità, la notte avevamo la luna e le stelle solo per noi. Qui tornammo anche una seconda volta, per un meeting di lavoro, insieme anche ad amici. Favoloso. Le volte seguenti, invece, scegliemmo di andare al mitico Quisisana. Che incanto. Eravamo accolti al top, riveriti e coccolati, anche perchè il mio ex elargiva al personale mance a destra e a manca. Abbiamo cambiato varie suite negli anni, tutte elegantissime e dotate di ogni confort. Passavamo le giornate a bordo piscina, tra drink, stuzzichi e massaggi, fino all’ora dell’aperitivo, in cui si usciva per raggiungere la piazzetta, sotto i flash dei fotografi Rosso e Azzurro. Ero giovane e bella, quindi si divertivano a paparazzarmi in tutte le salse, come una diva. Persino sulle pareti del noto ristorante La Capannina, la mia foto è stata esposta sulle pareti, tra star e attori. Chissà, magari è ancora lì. Avevamo a disposizione gozzi e motoscafi con marinaio, privato, full day. L’ Anema e core, il Number Two, L’ Atmosphere e tutti i locali di moda, erano nostri, fino a notte inoltrata. Insomma, è stato un periodo divertente e appassionante, anche perché le cose tra noi andavano ancora bene. Poi, in seguito, tutto è cambiato e ho voltato pagina. È cosi, a distanza di qualche anno, sono tornata a Capri con l’ultimo mio amore, in occasione della mega festa annuale di un mio cugino che aveva la casa in un posto stupendo. In quella occasione andammo al Canasta, un Hotel carino, ma non a livello degli altri. Fu comunque un weekend romantico e indimenticabile, che ancora conservo nel cuore. Da allora, purtroppo, per una serie di motivi che hanno congelato il mio romanticismo, ho avuto un black out caprese.

Quest’anno, invece, esattamente dopo dieci anni, ho sentito come un richiamo, un bisogno di immergermi di nuovo nella mia isola preferita, e così ho fatto il bis e sono tornata con mia sorella, sia a Capodanno che a Giugno. Inutile dire che le sensazioni sono rimaste intatte. Pur se da single, uno stato d’animo diverso e il portafoglio più sgonfio, quest’isola per me resta un gioiello, e niente potrebbe farmi cambiare idea. Il fatto di sentirmi autonoma poi, mi dà ancora più soddisfazione, perchè non devo ringraziare nessuno delle mie vacanze, libera e autosufficiente. Contare su me stessa, mi dà indipendenza e mi aiuta a volermi bene. Oggi, infatti, non ho più bisogno di una vita appariscente, o da riccona, per godermi le cose. Riesco per fortuna a sentirmi una piccola principessa, anche senza supporti. In quest’ oasi di pace, mi inebrio anche solo del profumo dei limoni, o di uno spaghetto sciuè sciuè con una Falanghina gelata. Mi sento rilassata e felice sdraiata sul lettino di uno stabilimento sul mare, o sorseggiando un cocktail in un bar sotto le stelle. Passeggiando nelle viuzze appena illuminate, mi emoziono anche senza un fidanzato accanto, nel silenzio del panorama incantevole che si ammira da ogni angolo di quest’isola magica.

Capri, ti amo. Ti ho vissuta parecchio e continuo a viverti, convinta che un domani, sarai sempre lì, imperturbabile, pronta ancora a scaldarmi l’anima con il tuo affetto.