Chiamami col tuo nome

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Appena uscito “Chiamami col tuo nome”, sono corsa a vederlo. E’ un film bellissimo, pieno di poesia e passione, una passione naturale, vera, che comprende tutti, donne e uomini, che siano etero o no. E’ una storia che, infatti, può essere condivisa da tutti quelli che hanno amato e che conoscono i segnali di qualcosa che quando ti prende, ti trascina e non puoi fare a meno di vivere.

E’ interpretato con molta autenticità, da due attori completamente diversi tra loro, ma entrambi adatti e convincenti. Il ragazzino, Timothée Chalamet, è candidato agli Oscar come protagonista, insieme al gotha del cinema americano. Non vincerà, ma sicuramente lo vedremo presto in altri film, perchè ha molto da dire. La sua comunicatività raggiunge la massima espressione nel finale, una scena da brivido. In quel primo piano intenso, pieno di lacrime, sullo sfondo del viavai appannato di figure che vanno e vengono e il crepitìo del camino acceso, riesce a trasmettere tutto il mix di sensazioni che lo inondano, come le lacrime che gli riempiono gli occhi, pieni di amore, malinconia, dolore e rassegnazione. L’ambientazione del film è fantastica e mi ha fatto venire la voglia di avere una casa in campagna, con tutti gli aspetti e i dettagli pieni di atmosfera, che un posto così può regalare, compresa la piscina di pietra rustica, come nel vecchio stile. Candidata è anche la canzone centrale, piena di sentimento, quel sentimento che in questo film unisce Elio e Oliver, nella loro breve, ma intensa storia estiva. Sostengo da sempre che quando capitano queste “fortune” di incastri, vanno vissute sempre e comunque, indipendentemente da come andrà a finire. Per questo mi sono commossa quando il padre del ragazzo, verso la fine, in un momento di emozionante intimità, si rivolge al figlio, facendogli un discorso non certo facile. Gli parla e si confida con lui, in modo così dolce, afettuoso ed obiettivo, da far sciogliere. Forse, il momento più toccante di tutto il film.

Bravo Guadagnino, sei un degnissimo candidato ad Hollywood, davvero una grande soddisfazione per il nostro paese. In bocca al lupo.

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Carezzevole malinconia

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E’ bello sentirsi tranquilli, in pace con la propria coscienza e non provare più nessun brandello di dolore. E’ un traguardo straordinario, a cui tutti ambiscono. A me è accaduto e ne vado fiera, perchè frutto di un complesso e minuzioso lavoro fatto su me stessa. Quello che però mi fa assaporare maggiormente questo successo personale, è accorgermi di aver raggiunto il mio equilibrio, senza cancellare quello che secondo me, è il più carezzevole dei sentimenti. Il supporter magnifico dell’emotività. Parlo della malinconia, un corroborante per la nostra anima. Lentamente la nutre e l’arricchisce, regalandoci un pizzico di sana languidezza, quel velato stato d’animo, capace di trasformare le nostre fragilità in punti di forza. Quando svaniscono i momenti di profonda intensità dai quali ci siamo fatti trasportare, sia quelli stupendi che quelli tristi, siamo costretti a buttarci tutto alle spalle e, il più delle volte, a dimenticare. A questo punto ci resta soltanto il ricordo, che riusciamo a rivivere proprio attraverso quell’alone melanconico che ci pervade e che, come in un film, ci dà l’illusione di rievocare quegli istanti. Non è poco, anzi, è rivitalizzante questa sensazione di dolce tristezza, che invece di spaccarci il cuore, ci intenerisce. Persino le lacrime diventano zuccherose, colmando la carenza dei nostri lontani ricordi. Sono felice di non essere impermeabile alla malinconia, di possederla e di esternarla quando mi assale. E’ come un rifugio, il collante che rammenda il tessuto strappato delle mie passioni, riconciliandomi con il passato.

Lacrime rosa

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Finalmente ho visto Petra. Ho sempre immaginato di affacciarmi da quella fessura fiabesca, per capire cosa avrei provato di fronte a tale bellezza. Dopo un lungo cammino tra rocce striate e canyon dai mille colori, sentivo già salire l’emozione, come quando sai che ti aspetta qualcosa di grandioso. Arrivata poi alla fine della gola rocciosa, come un gioco di parole, il cuore mi è balzato in gola e ho pianto. Lacrime rosa, polverose e salate, con le quali ho condito tra i brividi le mie fotografie.

Cold War/Capri-Revolution

 

Questa volta il mio commento sarà in parallelo, tra due film che ho visto negli ultimi giorni. Il motivo è che comunque hanno qualcosa in comune. Parlo di Cold War e Capri-Revolution. Il primo ha concorso al Festival di Cannes e il secondo a Venezia, entrambi con il plauso della critica. Due opere d’autore che però a me hanno trasmesso differenti sensazioni. Il regista polacco ha confezionato un film emotivamente sofisticato e profondo, ma ho preferito di gran lunga la regia di Martone. Mi è piaciuta molto l’ambientazione ariosa con la quale ha avvolto i suoi personaggi. Per 122 minuti, ho respirato la natura a tutto tondo. Il film di Pavel P. (cognome troppo complicato da scrivere), l’ho trovato al contrario cupo e anche un pò deprimente. A molti sarà piaciuta sicuramente l’originale risoluzione a schermo ridotto, a me no. Così come avranno apprezzato la pellicola in bianco e nero, che è soprattutto una chicca per appassionati, come nella fotografia, tanto è vero, che io scatto a colori. La maggiore discrepanza l’ho riscontrata comunque tra le due protagoniste. L’algida Joanna Kulig, interpreta il ruolo di una donna contorta, dall’anima travagliata, di quelle che non trovano mai pace. Vive la sua storia d’amore in modo travolgente, ma negativo, con alti e bassi, frutto di una personalità instabile. Anche l’altra figura femminile è inquieta, ma non dannata. Incarnata da una bravissima Marianna Fontana, espressiva anche se con uno sguardo immobile, l’ho sentita più vicina a me. Lucia è una ragazza di umili origini, anzi umilissime, visto che vive in una casa diroccata in cima ai monti e si occupa delle capre. Eppure ha una tempra forte, una curiosità innata e un gran desiderio di andare oltre, quindi positivo. Il suo desiderio di libertà, proiettato verso nuovi orizzonti, è costruttivo e non demolitvo come il precedente. Anche la passione è vissuta in modo diverso. In Cold War è noir, nell’altro è bucolica, figlia dei fiori. La Capri che si intravede negli scorci dei panorami, con spicchi di faraglioni e mare azzurro, è quella che solo pochi possono riconoscere, tra i viottoli e i le pinete. In questo film i paesaggi sembrano ricostruire sfondi di presepi e i personaggi sono perfettamente in linea con quei tempi. In Col War i due amanti si aggirano invece per le viuzze acciottolate di Parigi e si amano nelle sue mansarde bohemien. Oppure passeggiano tra le stradine più austere di Varsavia, alternando teatri con locali fumosi di Jazz, tra costumi folk e comunismo. Gli attori maschili sono entrambi carismatici. Il pianista Wiktor è un uomo affascinante, innamorato pazzo della sua bionda ninfa, ma alla fine si farà trascinare nel vortice insano dell’amore, quello distruttivo però, che a me infastidisce. Il profeta seminudo di Capri-Revolution, al contrario vede rosa e, con la sua filosofica scelta di vita, s’illude di salvare il mondo, insieme ai discepoli della sua comune. Mi sono piaciuti i dialoghi in inglese che, seppure sottotitolati, hanno dato un senso intelligente alla sceneggiatura. Così come realistico è il dialetto della famiglia di Lucia, un napoletano strettissimo, che ha reso il tutto molto autentico. La critica aveva sottolineato la poesia del film polacco, invece, a mio parere, Martone é stato più bravo nel rendere il suo lavoro altamente poetico. Molti lo avranno trovato noioso, lungo e a tratti pesante. Forse lo sarà pure, però io non mi sono mai annoiata. Ecco perchè, non finirò mai di dire, che le sensazioni legate ad un film, sono sempre molto soggettive.

Massage

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Tu stai lì dentro ed io qui fuori. Ti aspetterò per un’ora. Giusto il tempo del tuo massaggio rilassante. Per me non e tanto un relax, se penso a te in quella camera rossa, avvolto dalle mani di un’altra donna. È una professionista, ma immaginarti in questo quadro scaldato da musica soft, mi turba lo stesso. In ogni caso, sono felice di sapere che tu sei felice e ti stai godendo questi 30 minuti di totale benessere. Io ti adoro e in questo periodo vivo per te. Un assoluto senso di appartenenza, anche se immotivato. Sono tua e tu sei mio. Una sensazione totale di dolce schiavitù. E cosi, sorseggiando una tisana calda, cerco di superare la mia bollente gelosia.

Bohemian Rhapsody

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In ginocchio davanti ai Queen, prostrata ai piedi di Freddie Mercury. E’ questo l’animo con il quale mi sono alzata dalla poltrona del Multisala. A volte si è portati a dare per scontata la bellezza di alcune canzoni o la bravura di certi artisti. Poi, come in questo film, all’improvviso ti ritrovi coinvolto in una full immersion di grandiosità musicale così imponente, da restare spiazzato. Un’ energia magnetica che dà i brividi, riportandoti indietro di 30 anni, fino al 1991, giorno in cui ci ha lasciato il magnifico e indimenticabile Freddie. Non mi interessa soffermarmi sul film, che può essere più o meno credibile, né tantomeno giudico se la sceneggiatura sia indovinata, o attinente alla realtà. Mi basta sentire l’emozione vintage che ha risvegliato in me. E’ stato infatti esaltante riascoltare quei pezzi solennemente rock, unici, creati da un gruppo con uno stile del tutto riconoscibile nella sfera musicale di quegli anni. Canzoni che resteranno nella storia e che continuano ad infiammare i cuori anche delle nuove generazioni. Sono uscita dalla sala, infatti, tra gruppi di spettatori eterogenei, di ogni età, con gli occhi lucidi ed un entusiasmo contagioso. Mi è tornata la voglia di ritrovare il mio “ Greatest Hits “ con i brani più famosi, per riascoltarlo in auto a tutto volume, esattamente come merita. Il gruppo è stato ricreato in modo impressionante, perfetto nel total look e nelle somiglianze. Gli abiti di Freddie sono stati scelti con una meticolosità fedelissima all’originale e Rami Malek poverino, ce l’ha messa tutta per interpretare al meglio la parte del felino performer. Ma l’impresa era molto ardua, quasi impossibile, perché nessuno potrà mai eguagliare Lui, uno dei pochi, leggendari, animali da palcoscenico mai esistiti. Un esile uomo, con un sorriso fuori dal comune, che purtroppo non é riuscito ad equilibrare il successo, con la chiarezza interiore. La sua è stata una vita irrisolta, che lo ha indotto a perdersi in eccessi forzati, una sorta di alibi per coprire le sue mancanze. Il vizio lo ha trascinato verso la morte, senza neanche dargli il tempo di recuperare. Davvero un peccato diventare vittime delle proprie debolezze, ma spesso siamo impotenti. Amerò per sempre quest’uomo straordinario e, non c’è niente da fare, quando partono le prime note di Bohemian Rhapsody, io piango.

Ascensore per l’eternità

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Ho paura di morire. Non lo nego. Ma quello che più mi dispiace è sparire senza la soddisfazione di vedere cosa accadrà dopo la mia fine. Credo sia una delle ingiustizie più pesanti della nostra esistenza. Sono davvero inferocita che ci sia negata questa chance che, invece, dovrebbe essere inclusa nel pacchetto della vita. Veniamo al mondo, facciamo un certo percorso e poi, spesso senza neanche preavviso, ci fanno sparire, obbligandoci contro la nostra volontà ad abbandonare questa terra. Il più delle volte il destino ci coglie all’improvviso o in modo cruento, negandoci in ogni caso l’opportunità di scegliere con quale morte morire. Non sono credente, ma condanno “chi o cosa” abbia stabilito queste regole spietate, privandoci dell’unico premio di consolazione che, anche se scarso, potrebbe almeno compensare la cruda realtà, regalandoci una piccola gratificazione. Perchè non possiamo verificare chi piangerà al nostro funerale, chi sarà sinceramemte afflitto, e chi al contrario non verserà una lacrima. Perchè non ci è concesso di vedere quanto sia enorme o meno, il vuoto che lasciamo. Sarebbe fantastico invece, dopo la morte, parcheggiare in una specie di limbo, prima di dissolverci del tutto. Una forma di dolce quarantena, nella quale metabolizzare il fatto di non esserci più. Un isolamento a tempo determinato, in cui poter tirare le somme della nostra vita, prima di prendere l’ascensore per l’eternità. Altrettanto liberatorio sarebbe lasciare a quelli che abbiamo amato, un messaggio o una lettera, quando purtroppo non se ne è avuto il tempo. Non credo nella vita oltre la morte, quindi è impossibile per me immaginare di continuare ad esistere in qualche altro angolo dell’universo, credo però sia legittimo il desiderio di superare nel modo più dolce possibile, il doloroso passaggio tra la vita e l’ignoto. Sono consapevole che questo mio sogno irrealizzabile sarebbe appena una magra consolazione, ma potrebbe aiutarmi a farmi sentire meno oppressa, dall’idea di affrontare l’inesorabile salto nel vuoto, che tanto temo. Infatti, aldilà dell’energia prorompente e la positività che mi contraddistinguono, ho un maledetto terrore di morire. La stessa angoscia che però, nel frattempo, mi spinge a vivere al massimo.

Vita vampira

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Stamani, camminando per strada, ho incrociato una ragazza seduta davanti al cancello di un palazzo. Con un fazzoletto tra le mani cercava imbarazzata di coprirsi il viso, come per nascondersi, ma ho capito che piangeva. L’istinto mi suggeriva di fermarmi per chiederle se aveva bisogno di qualcosa, ma ho preferito lasciar perdere, per non sembrare inopportuna. Eppure, proseguendo verso la macchina, sono rimasta qualche attimo sospesa, pensando di tornare indietro, anche solo per spirito di umanità. Però non l’ho fatto, e un pò me ne sono pentita, perché ho constatato che a volte, anche una sola parola, al momento giusto, può regalarti qualcosa di buono, facendoti intravedere uno spiraglio di luce, in quell’abisso inquietante. Ho provato una tenera solidarietà per quella persona, ripensando a quante volte mi sono trovata nella stessa situazione, sola, per strada, spossata, disperandomi per un dolore, una delusione, una crisi di panico, senza la forza necessaria per proseguire. Sono momenti terribili. Piano piano si impara a gestirli, ma non si possono eliminare del tutto. La vita, purtroppo, è una vampira che ti dissangua.
Più tardi, mi sono fermata in un bar per una pausa pranzo. Davanti a me una coppia : in un’ ora non si sono detti neanche una parola. Mangiavano con gli occhi bassi, senza guardarsi mai. Allucinante. Non posso credere che due persone non abbiano un minimo di argomento da affrontare, o neanche una sillaba da scambiarsi. Possono essere tante le motivazioni del loro silenzio e non sta a me giudicare, ma questo quadro di muta apatia, mi ha confermato che il silenzio è una gelida creatura che raffredda gli animi, senza portare nessun risultato. Se esistono problemi, meglio confrontarsi e sfogarsi, litigare o dirsene due, piuttosto che restare indifferenti. E’ su questo che ho riflettuto oggi. Non a caso, questi due momenti di vita ordinaria, anche se diversi tra loro, hanno in effetti un comun denominatore : la mancanza di comunicazione. Non sono infatti le parole ad allontanare le persone, ma la paura di relazionarsi con gli altri. Sono sicura che se mi fossi avvicinata a quella ragazza, il mio gesto di comprensione non sarebbe stato inutile, così come tra quei due al bar, uno straccio di conversazione, avrebbe reso il loro pranzo meno deprimente.

Vuoto a perdere

 

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Attimi tutti miei, nella cui euforia, mi sembra che tutto si possa spezzare. Nello stesso tempo, però, so che i frantumi non si perderanno nel nulla, anzi, resteranno integri nella mia anima. Un’anima da tempo addormentata, che ora si è all’improvviso risvegliata, forse perché in un’atmosfera magica. Sono consapevole della sua evanescenza, che viaggia sulla scia di sensazioni momentanee, ma ne approfitto lo stesso, perché mi danno una gioia infinita. Tu, ragazzo senza arte né parte, sei comunque il brivido che aspettavo e ti lascio vagare intorno a me, fino a che vorrai.

Notte berbera

 

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Incantevole notte berbera, mi stai stringendo tra le tue braccia ambrate, come la pelle di questo popolo. Le tue stelle sembrano sfiorare le palme, sullo sfondo del muezzin. Ogni volta vengo rapita da questo sapore da mille e una notte. È fiabesco, come le sensazioni che ho appena vissuto. Sono ingorda di emozioni, però oggi, divoro solo quelle potenti. Una volta ingurgitate, le conservo dentro di me, in un angolo magico, invisibile anche ai raggi X. Ti lascerò presto cielo beduino, troppo presto, ma ti ringrazio comunque per aver rispolverato vibrazioni ormai offuscate. Languidamente porto con me, il silenzio del deserto, i drink dell’hotel, la sabbia tra i capelli, le cordate dei dromedari, lo scalpitio dei calessi, la brezza della sera, le grigliate sulla laguna, i massage, il tè alla menta, i bonjour madame e i bon appetit, i sussulti sulle strade, ma soprattutto quelli dei sensi, brividi tunisini dei quali sicuro sentirò nostalgia. Felice di esistere.

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Questo film a Venezia ha spaccato la giuria a metà. C’è chi l’ha giudicato un polpettone sentimentale e chi, invece, ne ha parlato bene. Io l’ho vissuto in un modo tutto mio. Quando mi sono presentata alla biglietteria, mi hanno detto : <L’avviso che il film dura più di 3 ore> Pensavano di spaventarmi, invece mi è piaciuta molto questa cosa, perché era da tanto che non vedevo un film così lungo, forse, addirittura la prima volta. Così, mi sono preparata alla mia maratona cinefila, stimolata ancora di più, dal fatto di essere l’unica spettatrice, in una première dedicata solo a me. Per godermi in totale libertà tutto il tempo a mia disposizione, mi sono spostata dall’abituale posto laterale, al centro della platea. Ho potuto finalmente sgranocchiare le M&M’s senza stress e lasciare il cellulare luminoso. Una situazione davvero rilassante. Ma passiamo al film. Siamo in Germania, in un arco di tempo che abbraccia quasi tre anni, dal nazismo agli anni ’60. L’introduzione è sullo sfondo di una galleria d’arte, dove Elisabeth, un’originale ragazza un pò bipolare, porta il suo nipotino Kurt, un bambino dolcissimo con attitudini artistiche. E’molto tenero come viene raccontato questo rapporto, e anche significativo, perchè si rivelerà fondamentale nella vita del ragazzo. La giovane zia, poverina, in seguito sarà eliminata da un fanatico ginecologo nazista, che eseguiva l’eutanasia razziale. Il caso vorrà che poi, la figlia del medico, si innamorerà e sposerà proprio Kurt, il quale dovrà scontrarsi più di una volta, con un suocero a lui ostile. Guardando quel filmone, mi sembrava di leggere un romanzo tutto di un fiato, perchè infatti non ci sono dejavu e la storia si sviluppa seguendo l’esatta cronologia degli anni che passano. La vicenda, che è tratta dalla vita del pittore tedesco Gerhard Richter, ruota infatti intorno al mondo dell’arte. Mi sono tornati alla mente gli anni in cui ero al liceo artistico e poi all’Accademia di Urbino, tra tele, colori, gessetti, modelli e cavalletti. Per non parlare poi dei professori alternativi, all’avanguardia, proiettati verso nuove forme concettuali. C’è un po’ di tutto, storia, amore, rapporti familiari complicati, le atrocità delle SS e il comunismo, forse a volte anche un pò troppo rimescolati, ma evidentemente il regista dal nome incomprensibile, Florian Henckel von Donnersmarck, ha voluto puntare su di una stesura corposa. Sebastian Koch mi piace, anche come uomo. L’avevo visto in un ruolo quasi identico, nel meraviglioso film “Nebbia in agosto”. Meno convincente nella sua parte invece Tom Schilling, il ragazzo, che ho trovato impacciato e poco espressivo, anche se rientrava nel copione. Molto interessante invece il Prof Antonius. Un bel personaggio. La colonna sonora dà molto spessore al film, specialmente nel finale, in un crescendo da pelle d’oca. Sono partita in totale relax e alla fine invece mi sono emozionata, per una scena molto particolare, che però, non voglio rivelare. Uscendo dalla sala, mi sono sentita avvolta da una sensazione euforica, che mi ha toccato dentro, lasciandomi un segno profondo. Chissà se altri come me, proveranno la stessa, intensa vibrazione.

The wife

 

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Non è solo un bel film, ma una prova di grandissima recitazione. Sia Jonathan Pryce che Glenn Close sono incredibili. Lei sublime. Oggi, attempata e appesantita, forse per ragioni cinematografiche, ricorda Judi Dench, un altro mostro di bravura. I suoi occhi, piccoli è un pò velati dall’età, trasmettono comunque una fortissima intensità espressiva, soprattutto nei primi piani, che le consentono di parlare anche senza voce. Mi è piaciuta molto la sceneggiatura, intelligente e profonda. Un soggetto credibile, perché mette in luce una situazione che si presenta spesso nel campo della scrittura. Quando accade poi in una coppia, scatena meccanismi su cui è difficile entrare in merito. Joan, appunto the wife, è una donna forte, che ha molto amato, ma anche sofferto e patito in silenzio, subendo i tradimenti di un marito piacione, che non riesce a rinunciare alla necessità di conferme continue per aumentare il suo ego. Ama comunque la moglie e, come tutti gli uomini, dipende da lei in tutto e per tutto, non solo nell’ambiguità lavorativa che hanno deciso di seguire. Questa donna talentuosa, per tutta una vita resterà nell’ombra, segregata nel ruolo di moglie zerbina. Per non perdere il suo uomo, preferisce sminuire le sue doti di scrittrice, regalando a lui i privilegi del successo. Una scelta pesante, che la renderà frustrata e infelice. Quando, infatti, saranno chiamati a Stoccolma a ritirare il Nobel per la letteratura, si vedrà costretta a tirare le somme di quella finzione, facendo uscire all’improvviso la sua rabbia repressa, decisa a recuperare l’autostima e l’amor proprio, messi in disparte per lungo tempo. Anche se alla fine la storia prenderà una piega inaspettata, lei continuerà a conservare il suo atteggiamento protettivo, nel quale, evidentemente ormai è imprigionata. E’stato un piacere veder scorrere le immagini di una città che ho amato da subito, per la sua atmosfera elegantemente sobria che si respira tra i canali, i palazzi raffinati, il centro storico e il meraviglioso Grand Hotel, meta dei vip di tutto il mondo. Inaspettato, il cameo di Elizabeth McGovern, l’intensa Deborah di “C’era una volta in America”, che non ho più rivisto al cinema. Non dimenticherò mai in quel film, il suo sguardo smarrito nel camerino, mentre rimuove nervosamente il trucco, prima che accada l’impossibile.

Kàos

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Siamo tutti schiavi delle nostre passioni. Nessuno esente. Ci lasciamo coinvolgere con impeto dalle emozioni esaltanti, tuffandoci consapevolmente in quel vortice seducente che ci fa schizzare il cuore, masturbandoci il cervello. La vita, però, è una giostra assassina. Non gira sempre nella stessa direzione e noi siamo le su vittime impotenti. Scaraventati senza preavviso nell’abisso della disperazione, lottiamo per sopravvivere all’abbandono e al dolore. Nell’ inestricata giungla dei sentimenti, dobbiamo affrontare le incertezze, i tradimenti, l’ansia e l’insicurezza, senza nessuno sconto. Ma in fondo, è proprio attraverso questo miscuglio di emotività, che riusciamo a trovare la ricetta per volerci più bene. Ognuno sa qual è la strada da seguire, e soprattutto quando riconoscere il segnale per capire che abbiamo conquistato una porzione di stabilità, quel personalissimo equilibrio, sobrio e naturale che ci rende unici, ognuno con la sua storia. L’armonia è infatti la formula magica per farci scoprire che comunque, il buio può essere luminoso e il caos piacevolmente tranquillo.

Sulla mia pelle

 

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Su questo film ormai è stato detto e scritto di tutto, per cui mi sembra inutile sottolinearne ancora i concetti. Non posso fare a meno, però, di esprimere le mie sensazioni. All’epoca dei fatti, non mi soffermai più di tanto su questo increscioso episodio, solo perché l’avevo sommato alle tante ingiustizie divine che affollano il pianeta. Per questo motivo ora, ci tenevo ad approfondirne le dinamiche. Sono uscita dal cinema con un mattone sullo stomaco. Non perché “Sulla mia pelle” sia pesante o noioso, al contrario, è che questa storia fa male al cuore. Per l’ennesima volta, mi viene da constatare come nella vita, in un solo istante, tutto si può capovolgere e precipitare senza neanche rendercene conto. Qui, purtroppo, a pagarne le spese è un ragazzo che non ha saputo gestire la sua improvvisa detenzione. Ha avuto paura di ritorsioni e soprattutto gli sono mancate oggettivamente le forze per denunciare l’accaduto. Lo hanno privato, senza ragione, di ogni tipo di supporto e un’adeguata difesa, in questi casi fondamentali. Purtroppo, quando si rimane strozzati in certi meccanismi, le conseguenze diventano un capestro. Cremonini, ricostruisce in maniera cruda, ma perfetta, quel pugno di giorni prima della morte di Stefano. Non c’è mai una sbavatura, né un appesantimento. L’unica oppressione è quella che scaturisce dal dolore crescente su quel corpo martoriato, insieme all’incuranza della legge. La violenza inflitta in certi casi, fisica e psicologica, non è solo ingiusta, ma inutile e stupida. Alessandro Borghi è superlativo. Non l’avrei mai creduto, perché in fondo, fino ad ora non mi aveva mai fatto impazzire. Qui mi ha toccato nel profondo, perché è riuscito ad esprimere in pieno ogni sfumatura del suo tormento, ma anche la sua natura semplice ed ingenua. Un ragazzo in fase di recupero, con la precisa consapevolezza di non avere ormai credibilità, né in famiglia né in società. Il film parte dalla scena finale e, quando arrivi poi alla conclusione, ti auguri persino che, per un’assurda magia, Stefano possa essere rianimato.

Per questo sono single

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Sono una gallina vecchia che fa buon brodo, con il pelo sullo stomaco e gli occhi foderati di prosciutto, anche se l’occhio vuole la sua parte. La lingua mi batte dove il dente duole, perciò non sto mai muta come un pesce. Mi faccio scivolare le cose di dosso, ma non solo, mi entrano da un orecchio e mi escono dall’altro. Andando con lo zoppo, ho imparato a zoppicare, ma riesco comunque a fare il passo più lungo della gamba. L’appetito mi vien mangiando, quindi sul piatto ricco mi ci ficco. Però non vivo di solo pane e purtroppo le ciambelle non mi riescono tutte col buco, forse perché cado dalla padella alla brace, affogando in un bicchier d’acqua. Mi fascio la testa prima di averla rotta, mettendo il carro avanti ai buoi, ma poi taglio la testa al toro, perchè tutto è perduto, fuorché l’onore. Prendo due piccioni con una fava, ma anche lucciole per lanterne, restando con un pugno di mosche in mano. Preferisco vivere un giorno da leoni che cento da pecora, perché Il fine giustifica i mezzi, quando si cammina sul filo del rasoio. L’occasione fa l’uomo ladro, per questo batto il ferro quando è caldo e schiaccio chiodo con il chiodo, perché tanto, tutto finisce a tarallucci e vino, che per fortuna, almeno fa buon sangue e non mente. Non ho voce in capitolo sulle ore del mattino che hanno l’oro in bocca e su questo, non faccio mai uno strappo alla regola. Con bacco, tabacco e Venere, riduco un uomo in cenere, ma Dio me l’ha data, guai a chi la tocca.

The Equalizer 2 (Senza perdono)

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Mi dispiace ammetterlo, ma questa volta il regista non è stato capace di ricreare lo stesso pathos del primo sequel. Robert McCall, il protagonista dalle mille facce, qui mi è apparso un po’ spento. Ultimamente, gli eroi dal cuore troppo benevolo, mi stancano. E’ legittimo che quando fanno del male a te o ai tuoi cari, sei portato a vendicarti, così come è assolutamente apprezzabile che qualcuno cerchi di farla pagare a chi abusa dei più deboli, però questo clichè è un po’ una minestra riscaldata. Denzel Whashington, pur con la sua innegabile bravura, non riesce a mantenere l’efficacia del suo nobile personaggio. Il primo tempo è abbastanza lento, quasi noioso, anche se parte in quarta. Antoine Fuqua, infatti, nella sequenza iniziale ha cercato di emulare la tensione della mitica scena del primo Equalizer, quando cioè in poco più di un minuto, l’ex agente della CIA, annienta un pugno di criminali in un colpo solo, tra schizzi di sangue, colpi di pistola fulminanti e coltellate mortali. Qui, però, il risultato finale è meno geniale. Anche se nel secondo tempo per fortuna la trama si vivacizza, per tutto il film non si respira neanche per un attimo l’atmosfera dell’altro. La meticolosità fobica del protagonista e le sue pignolerie maniacali appaiono ripetitive, così come il copione, che fa intuire quasi subito come si evolverà la storia. Mi ha fatto piacere ritrovare, a sorpresa, un attore figo del “Trono di spade”: Pedro Pascal, che interpreta un ex collega di Robert. Anche senza baffi e i vestiti di scena, a me non poteva certo sfuggire Oberyn, il principe super sexy di Dorne. Il finale l’ho trovato ben girato, credibile e suggestivo, nel grigiore provocato dall’uragano che si abbatte sul litorale atlantico. Un bel mix di nebbia, spruzzi, tempesta e colpi di mitra. Mi è comunque mancata tanto la colonna sonora martellante di Zack Hemsey, che mi aveva coinvolto sullo sfondo del passato scontro finale. Quando l’ascolto, ancora oggi mi emoziono, seguendo il crescendo che mi ricorda il momento preciso in cui si fondevano perfettamente suoni e piombo. Un vero capolavoro.
Da annotare la frase pronunciata all’inizio da McCall : “ Esistono due tipi di dolore, quello che fa male e quello che ti cambia “. Molto significativa.