Quelli che… (Jannacci by Piera)

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Quelli che si soffermano sui miei post

Quelli che invece passano oltre

Quelli che si ammazzano di lavoro

Quelli che s’ammazzano perchè non ce l’hanno….oh yeah

Quelli che vivono sui social

Quelli che non sanno cos’è un tag

Quelli che sono spesso innamorati

Quelli che non lo sono mai stati….oh yeah

Quelli che hanno avuto il covid

Quelli che hanno avuto più fortuna

Quelli che vivono per mangiare

Quelli che mangiano per vivere….oh yeah

Quelli che sono disposti a fare un’orgia

Quelli che sono ancora vergini

Quelli che hanno un mucchio di soldi

Quelli che hanno un cumulo di debiti….oh yeah

Quelli che adorano viaggiare

Quelli che non hanno manco il passaporto

Quelli che guardano Sanremo

Quelli che piuttosto mi suicido….oh yeah

Quelli che amano farsi una famiglia

Quelli che amano essere single

Quelli che si scoprono per abbronzarsi

Quelli che si coprono per ripararsi….oh yeah

Quelli che s’incazzano con tutti

Quelli che nulla li fa incazzare

Quelli che non chiudono occhio

Quelli che crollano appena li chiudono….oh yeah

Quelli che comprano brand e vestiti firmati

Quelli che comprano pezze solo ai mercati

Quelli che odiano andare in palestra

Quelli che si odiano se non vanno….oh yeah

Badanti

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Le incontri in giro per strada e non puoi fare a meno di riconoscerle. Hanno caratteristiche inconfondibili. Viso paffutello e gote rosa, come certe friulane che bevono grappa a colazione. I capelli sono tinti biondo scuro tendente al rame, con e un accenno di ricrescita, quasi sempre corti e con la messa in piega fatta con i bigodini. Il loro abbigliamento è standard : d’inverno piumini tre quarti neri o bordeaux e d’estete casacche larghe fantasia. Le scarpe non sono proprio raso terra, ma hanno un p’ di tacco, largo e quadrato di circa 5 cm. Non le vedrai mai con capi aderenti, abiti o gonne, ma sempre con i pantaloni, visto che devono stare comode per il lavoro che fanno. Hanno un’età indecifrabile. Dall’aspetto sembra siano sui 50-60, ma con ogni probabilità ne hanno sicuramente meno. Sono le tipiche giovani nate anziane. Si radunano a gruppetti in un punto fisso della città per chiacchierare tra loro nel giorno di riposo, quasi sempre lo stesso per tutte, proprio per avere l’opportunità di incontrarsi. Una specie di raduno nel quale le senti spettegolare in ucraino, russo, rumeno, lingue delle quali non capisci un bel niente, ma non è difficile immaginare quali siano gli argomenti. Parleranno dei soldi da inviare alle famiglie, delle vertenze contro chi non le paga abbastanza, di quanto sia pesante il lavoro e quanti soldi potrebbero spillare in più alle famiglie di quei poveri vecchietti. Mi capita anche di incontrarle a volte in qualche negozio di cinesi, mentre si soffermano su abiti inguardabili, che non comprerei manco gratis o anche al mercato mentre spingono una carrozzella. Con la scusa di farli distrarre, portano i loro vecchiarelli a spasso proprio lì per poi parcheggiarli controvoglia davanti a qualche bancarella, in modo da poter acquistare qualcosa e passare un po’ il tempo invece di stare chiuse a casa.

Comunque, a parte questo aspetto discutibile sono indispensabili perché, con tutta la buona volontà, non potremmo mai riuscire a gestire da soli i nostri familiari con problemi di deambulazione, infermità, malattie terminali e i disagi legati alla vecchiaia. Sono merce rara, più preziosa delle pepite d’oro in una miniera. Solo loro infatti hanno la forza di sorreggere, alzare e spostare un anziano come fosse una piuma, e non so davvero come facciano. Io ho provato a muovere mio padre quando era allettato. Era un’impresa. Non riuscivo neanche a tirarlo sul cuscino, perché era un macigno e avevo il terrore di fargli male o slogargli una spalla. Queste energumene invece hanno un metodo preciso con cui fare certe manovre e si destreggiano come fossero tante Wonder Women. Trovarle non è facile, sono tanti i punti che bisogna valutare, l’efficienza, l’esperienza, la gentilezza e soprattutto se possono piacere agli interessati, che in questo sono molto esigenti e rifiutano per partito preso la figura della badante, che per loro è sinonimo di “ultima spiaggia.” La prima cosa da considerare resta però la disponibilità, perché come dicevo prima sono molto contese e spesso quindi occupate.

Bisogna acchiapparle nell’ istante in cui tornano libere, un po’ come capita con i pochi uomini appetibili in circolazione, che devi accaparrarti giusto nell’attimo in cui tornano single, prima che qualcuna più fortunata o più veloce se lo pappi.

Ricordi di Pasqua

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Ogni volta che arriva Pasqua mi tornano in mente le vecchie tradizioni di famiglia, quelle che mi hanno accompagnato negli anni, da bambina fino a quando mia madre mi ha lasciato. Per lei erano molto importanti e le sono molto grata per questo, perché le tradizioni sono un magazzino in cui conserviamo la nostra identità e le nostre radici. Sono un collegamento tra il passato e il futuro, senza il quale saremmo dei contenitori vuoti, senza linfa.

Aprire le uova a casa mia era un rito. Ricordo che quando andavamo a trascorrere il periodo pasquale a Napoli, la consuetudine voleva che noi nipoti le aprissimo sul lettone dei nonni, un matrimoniale rotondo simile ad una conchiglia, al centro di una camera meravigliosa piena di luce, affacciata sul golfo. Un panorama magico che riempiva gli occhi. Prima si scioglievano i fiocchi colorati e poi si aprivano le carte scricchiolanti. Tolta la stagnola, si scopriva finalmente l’uovo. Il momento cruciale però era dare il colpetto alla cioccolata per infilare la manina e trovare la sorpresa, impacchettata in genere con doppio scotch, così stretto che per aprirlo ci voleva una vita, ma questo ci faceva crescere ancor di più l’ansia di scoprire il regalo. A quei tempi, dentro si trovavano cose carine e anche utili, che confrontavamo tra noi a volte con un pizzico di invidia, perché qualcuno aveva avuto più fortuna. Quest’ abitudine l’abbiamo ripetuta nel tempo, sia a Pescara che a Roccaraso dove andavamo spesso per le vacanze, ma in quel caso il lettone era quello di mamma e papà.

Mia madre ha continuato a comprare le uova anche negli anni successivi, quando ormai eravamo grandi, sposati e con figli. Pensare alle uova per lei era un rito. La scelta cominciava un mese prima. Dovevamo fissare un vero a proprio appuntamento per accompagnarla al supermercato con la sua famosa lista scritta su un foglietto pazzo. Era un lungo elenco, perché nel frattempo i nipoti crescevano e ognuno aveva dei gusti specifici. C’era chi le preferiva al latte, chi al cioccolato bianco e chi fondenti o con le praline. Per le femminucce mamma perdeva ore e ore per trovare quelle adatte a loro. Stessa cosa per i maschietti. Non poteva mai mancare l’uovo per mio padre. Per lui era assolutamente inutile, ma lei era talmente fissata che glielo prendeva lo stesso. La chicca resta comunque l’ovetto per il cane. Del resto, l’ho detto che era maniaca. Le uova venivano messe sul cassettone nel salotto e lei andava molto fiera di questo mucchione colorato, davanti al quale poi si scattavano le classiche foto di gruppo. Non erano solo le uova però la tradizione di Pasqua. C’era anche il pranzo, rigorosamente preparato da lei. Anche in questo caso il menù si doveva decidere con largo anticipo. Due erano le cose d’obbligo : le uova col salame per antipasto e la pastiera, la sua specialità. Il resto poteva anche variare.

Purtroppo da quando i miei non ci sono più tutto è cambiato. Io ho provato a mantenere le vecchie tradizioni e per un pò ho continuato a comprare l’uovo a mia figlia, in questo caso senza glutine, visto che lei è celiaca, ma ora i ragazzi hanno altri ritmi e altri gusti e non gliene frega niente né della cioccolata, né tantomeno del regalo. Del resto non hanno poi tutti i torti, considerando che con il tempo ormai si trovano solo sciocchezze : peluche, pupazzetti di plastica, portachiavi da quattro soldi e una serie infinita di stupidaggini che non valgono neanche la spesa dell’uovo. Anche il pranzo per loro è quasi una seccatura e se potessero lo eviterebbero. Non avendo nipoti, oggi ho mollato le briglie e così le tradizioni sono andate a farsi friggere. Ma non fa niente e anche se le cose non sono più le stesse, quando arriva Pasqua e giro per negozi, torno indietro con la mente e mi si stringe il cuore pensando alla mia mamma e alle sue piccole manie, che restano senza dubbio il mio bagaglio preferito, persino più del trolley.

Dolce terapia

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DOLCE TERAPIA

Non esiste un bambino che non ami gli animali. E’ proprio un istinto naturale, fisiologico, che nasce appena si viene al mondo. Anche da piccolissimi, infatti, esce fuori il bisogno di comunicare con loro, attraverso impercettibili piccoli gesti. In un bimbo scatta sempre un rapporto di protezione, di tenerezza, verso qualsiasi tipo di animale, anche quelli non domestici, comprese le formichine, le lucertole o le coccinelle. Diventano quasi morbosi, li curano maniacalmente e li difendono dai pericoli, riuscendo a stabilire con loro un rapporto osmotico, dove non esistono freni inibitori, nel senso che non s’infastidiscono di dormire nello stesso letto, si fanno baciare, mangiano vicini, insomma li considerano proprio come persone di famiglia. Oltre a questo amano le favole, le storie e i film che hanno come protagonisti le bestioline, sono attratti dalle scienze e, soprattutto, non credo che un bimbo non abbia espresso mai una volta al proprio genitore, il desiderio di possedere un cane o un gatto. Quando si cresce non si dovrebbe cambiare. Anche da adulti si dovrebbe mantenere questo amore e rispetto per gli animali, ma purtroppo qualcuno dimentica questo sano principio e, preso dalla propria indipendenza o dall’amore per sé stesso, diventa più egoista, meno pronto a gestire in casa un essere a 4 zampe. Questo, comunque ci può anche stare, ognuno del resto ha le sue priorità, ma porterei al patibolo quelli che al contrario, senza un motivo, gratuitamente, li maltrattano, solo per il gusto di farlo. Spesso accade per sbruffonaggine, quando magari si sta in un gruppo di amici delinquenti, che non sapendo cosa fare, se la prendono con quei poveri malcapitati del momento. Oppure succede perché dei farabutti ubriachi, fatti, drogati e nevrotici, scaricano le proprie ansie e tutta la rabbia, su chi è più debole e impotente. Intollerabile. Non solo per la cattiveria spropositata, ma anche per l’inadeguata punizione a cui vanno incontro. Meno male che oggi questo tipo di violenza è considerata un reato e, almeno, in parte, dovrebbe frenare questo crudele scempio inammissibile. Per non parlare poi dell’abbandono definitivo. Già è traumatico lasciare un animale per un periodo breve, quando non si riescono a trovare soluzioni alternative, ma abbandonare per sempre il compagno di una vita, breve o lunga che sia stata, mi mette un’ angoscia da brivido. Quando vedo le fotografie di quelle povere bestie legate al guard rail o a qualche palo, mi assale un senso di protezione infinita. Non posso veder soffrire un animale, patisco esattamente come per un umano. Mi si stringe lo stomaco in una morsa. Prima della mia attuale micetta avevo un gatto che viveva con me in casa, dal giorno in cui venne ferito in un incidente in strada e si trascinò straziato davanti alla mia porta. L’ho curato, fatto operare e assistito con tutto l’amore, ma non lo facevo uscire mai, proprio per evitare che potesse riaccadere un’altra volta. Quando lo guardavo e lo prendevo in braccio, ero felice di aver fatto una cosa così amorevole, ricordando il suo miagolio di dolore e le sue zampotte gonfie, dopo l’intervento. Me lo stringevo al cuore coprendolo di carezze. E così ho fatto qualche anno dopo con la cagnolina dei miei genitori quando, vecchia e malata, è morta all’improvviso. L’ho portata dal veterinario avvolta in una coperta e, lasciandola per sempre sul tavolo gelido dello studio, mi sono messa a piangere, per quell’esserino ormai rigido che non avrei mai più rivisto. E’ molto triste quando muoiono, lasciando un vuoto pesantissimo, ma del resto si sa che la vita ci dà e poi ci toglie.

Un animale domestico è terapeutico, allontana la solitudine, guarisce dall’ansia, dall’inquietudine, rende le persone più dolci, tenere, dà un senso alla propria vita e, nel caso degli anziani, scandisce le ore della giornata, offrendo un giusto scopo alla loro metodica quotidianità.

Se, obiettivamente, qualcuno sa che non può permettersi di accudire un animale, va bene, meglio così che trascurarlo, ma diventare gratuiti carnefici, lo condanno ferocemente. Del resto le persone si capiscono anche dal rapporto che hanno con gli animali. Si intuisce molto da questo, più di molte altre cose. Se uno non li ama, dimostra infatti di non avere un’anima tenera, di essere egoista, freddo e insensibile. In genere, se un uomo mi fa capire di non gradirli, anche se è un figo da paura, mi scade. Un’altra cosa che non amo per quanto riguarda i cani, è quando acquistano solo quelli con pedigree. Non che sia ignobile, ma è irrispettoso verso quei poveri cagnolini che abbondano nei canili, soli, tristi e malinconici. Io se decidessi un giorno di prenderne uno, andrei sicuro a sceglierlo tra i tanti bastardelli chiusi nelle gabbie. Li guarderei negli occhi e, come con un colpo di fulmine, mi sceglierei quello che attraverso il suo sguardo disperato, dovesse lanciarmi un richiamo d’amore. Farei così anche con un eventuale prossimo amoroso, perché l’amore è anche questo : rispondere a un segnale, a uno sguardo, al bisogno di dare e ricevere affetto. E’ un messaggio spesso inconscio, che però negli ultimi anni, ancora non riesco a scorgere in chi mi guarda.

Dichiaramoci

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Mi spiegate per favore come si fa a capire quando una relazione inizia a prendere piede? Io faccio una grande fatica a individuare se una storia sta iniziando o è solo un episodio occasionale. In genere mi affido a piccoli segnali che prendo come punti di riferimento, ma, purtroppo, non ci azzecco mai e resto sempre colma d’incertezze, come se mi mancasse la parola d’ordine per debuttare nell’avvio di un esordiente meccanismo d’amore. Nel passato c’erano molti sistemi orientativi, che però, poi, sono stati superati. Ai tempi dei miei nonni, addirittura, se un maschio voleva iniziare a frequentare una ragazza, era costretto a chiedere il permesso ai genitori. Poi, solo se i probabili suoceri concedevano l’autorizzazione, gli era consentito di uscire con lei e, nel caso, fidanzarsi. Più tardi (per fortuna), superato questo passaggio formale, ci si affidava ad una specie di prova del 9, che si attuava con il famoso ballo lento. Il test consisteva nel sondare, attraverso un audace bacetto sul collo della ragazza preferita, se c’era speranza di un eventuale approccio. Se, infatti, la reazione era un calcio, uno strattone o una parolaccia, non c’era niente da fare, se lei ci stava, invece, era fatta. Superato questo tentativo, si passava alla famosa “dichiarazione”, che si pronunciava con le seguenti parole standard : <sai, tu mi piaci molto, ti vuoi mettere con me?> un rito che ho trovato sempre ridicolo e anzi, quando mi trovavo in quella circostanza (e mi è capitato parecchie volte), il pretendente mi scadeva, facendomi crollare l’ormone. Forse perché, sin d’allora, come tante, sono sempre stata attratta da quelli che non mi filavano per niente.

Quando conosco qualcuno che mi interessa, a modo mio cerco di intuire da qualche segnale se ho una minima possibilità di cominciare la mia storia. In genere, l’ago della mia bilancia per stabilire il punto di partenza di una storia pensavo fosse il primo rapporto sessuale, ma presto ho capito che quello non può essere il metro per stabilire se c’è qualcosa di più serio o no, anzi, è quasi sempre l’inizio della fine. Abbandonata questa teoria, ho cominciato invece a valutare l’inizio di un amore dal primo bacio, ma anche questa ipotesi non ha risolto il mio dilemma, perché, pur avendo i presupposti di qualcosa ancora da esplorare, spesso non ho avuto le premesse sperate.

Ecco perché oggi, rimpiangendo le vecchie teorie, farei una petizione tassativa per abolire la dichiarazione dei redditi e ripristinare invece quella d’amore. Vorrei tanto che in futuro, qualcuno mi chiedesse in modo diretto e più semplificativo <ti vuoi mettere con me?> almeno così potrei finalmente sentirmi più sicura per godermi una nuova storia, senza fasciarmi la testa con milioni di dubbi e incertezze. Se il detto il futuro sta nel tornare al passato” è realmente fondato, allora sposo questa causa. Del resto è lo stesso meccanismo che impazza in tv tra i famosi tronisti di Uomini e donne. La loro famosa “scelta” è proprio l’esempio che qualcuno, pensando di trovare una donna con cui fidanzarsi, le fa una dichiarazione d’amore tradizionale, aspettando poi un sì o un no. A questo punto, visto che non ho nessuna fiducia in questa trasformazione, non mi resta che andare anch’io dalla De Filippi, altrimenti sarò costretta a continuare ad arrovellarmi il cervello sulla questione, per la fine dei miei anni.

Ascoltare

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Le persone vanno ascoltate. Quando qualcuno si rivolge a noi per esprimere un concetto, spiegare il proprio punto di vista, sfogarsi o manifestare un pensiero, dobbiamo ascoltarlo, anche se si tratta di una stupidaggine. Molti fanno finta di ascoltare, ma in realtà sono distratti e invece di partecipare a quei discorsi, preferiscono affermare le proprie idee, spesso in maniera logorroica, lasciando perplesso quel povero Cristo. Una forma di ego inconscio. Perché infatti molto spesso si presta attenzione solo a quello che ci interessa o che ci è congeniale. Invece ascoltare è un’arte e soprattutto una forma di educazione. Ci si dovrebbe allenare a capire gli altri. Una palestra mentale che col tempo può aiutare anche a comprendere più noi stessi.

Io ammetto di avere un vizio fastidioso che non riesco a modificare : durante una conversazione, sia al telefono che dal vivo, parlo sopra gli altri. Non seguo i tempi teatrali, quelli cioè che impongono di rispettare il momento ad hoc per replicare, lasciando all’altro lo spazio utile per esprimere ciò che ha da dire. Il buon senso infatti suggerisce di parlare uno per volta, senza accavallarsi. Non lo faccio certo per prepotenza o menefreghismo. E’ colpa del mio temperamento esuberante, che mi spinge ad interagire con veemenza, senza le pause di rito. Un difetto innocente che però non penalizza la mia voglia di ascoltare, anzi, se riesco a frenare la mia irruenza, conduco il mio interlocutore ad esternare con scioltezza ciò che ha dentro. Mi piace confrontarmi in modo empatico con chi si rivolge a me, cercando di risolvere insieme dubbi o titubanze. Cerco di seguire quel discorso fino in fondo, ponendo domande attinenti al dialogo, senza giudicare o trarre conclusioni sbagliate. A scuola ci insegnano a migliorare la dialettica e ad esprimerci correttamente per reggere un discorso con fluidità, trascurando invece come migliorare la capacità di ascoltare. Grosso sbaglio.


Capitoli muti

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La nostra storia personale si suddivide in capitoli. Fasi cicliche tra i cui spazi prende forma la nostra vita. Quando finisce un periodo specifico nel quale abbiamo fatto un certo percorso, ne inizia subito un altro. Tutto si basa sull’alternanza di questo passaggi. Un sali e scendi di episodi che si avvicendano durante gli anni, o anche pochi mesi. Queste tappe infatti non hanno un tempo stabilito, dipendono esclusivamente dai momenti che si percorrono. Noi neanche ce ne accorgiamo, perché non sono programmabili come un viaggio o un evento. Prendiamo queste opportunità che ci offre la nostra esistenza, vivendole al massimo o passivamente. Resta comunque che dobbiamo oltrepassarle.

Per ciò che mi riguarda dividerei le tappe della mia vita in stagioni. Non solo quattro, ma multipli di quattro, che alla scadenza si rinnovano in automatico. Volendo o non volendo, infatti, al termine di ogni sequenza, ho dovuto inevitabilmente ricominciare un altro giro di boa. Come per la maggior parte delle persone, le fasi più comuni partono dall’adolescenza, con i primi amori e l’iter scolastico, a cui si aggiunge l’incubo dell’ esame di stato e la scelta dei successivi studi. Poi il primo vero fidanzamento, a cui segue per l’80% dei casi l’inevitabile matrimonio, con tutto ciò che comporta. Altro step riguarda la nascita dei figli, l’inizio delle nottate in bianco e lo stress fisico, che costringono a sincronizzare con grande difficoltà lavoro e famiglia. Se non funziona la vita di coppia ecco che parte la separazione e la conseguente ricerca di un lavoro per la sopravvivenza. Ed ancora nuovi progetti lavorativi o la nascita di altre storie, entrambi associati il più delle volte a un inizio e una fine. Siamo così obbligati a sostenere mutamenti drastici, spesso destabilizzanti, in cui siamo proiettati in una dimensione alternativa, che serve ad arginare i danni. Tra la scansione di questi intervalli ci ritroviamo di fronte ad altri software, che ci spingono a voltare pagina ancora una volta. E’ il corso della vita. L’importante è fronteggiare il ritmo di tali cicli, perché essere pronti al cambiamento aiuta a sopravvivere.

Nel mio caso, dopo il profondo dolore legato alla fine del più grande amore, ha preso il via un altro giro di pista, che ha siglato la mia crescita di donna. Da tempo mi sento dire : “ Perché non scrivi un libro?” So di non esserne capace, potrei però scrivere un romanzo composto solo da capitoli. Brevi titoli, sintetici ma esaustivi, stampati su fogli in bianco. Didascalie concise, che parlano mute della mia vita piena di rumore.

Divieto di caccia

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I cacciatori sono una categoria infelice. Chi va a caccia di dote o di donne, è considerato un poveruomo. Nel passato cacciare le streghe non era certo un compito piacevole. I cacciatori di teste hanno fatto sempre orrore e quelli di taglie sono degli opportunisti dei quali non ci si può certo fidare. I Gosthbusters, i mitici acchiappafantasmi, comunque andavano a caccia di spiriti maligni e oscure presenze. Quelli che cacciano gli animali per sport, seppure muniti di regolare licenza, hanno tutti contro. l bracconieri o chi va a caccia di frodo, di fatto meriterebbero loro di essere presi a fucilate. L’unico ad essere assolto con formula piena è il cacciatore di Biancaneve, un killer disobbediente che con un nobile gesto ha preferito sacrificare un piccolo cinghiale al posto della fanciulla.

C’è posta per te

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Per una volta nella vita vorrei trovarmi sotto le luci di Mediaset, passando prima al trucco e parrucco di scena, che non so perché solo lì ottiene risultati stupefacenti. Hanno un gioco di luci shock che i tecnici avranno scoperto probabilmente salendo in cima all’ Everest in un giorno di sole. Altrimenti non si spiega come sia possibile che chiunque si trovi inquadrato sotto quei flash appaia così perfetto, senza più la minima traccia di un difetto. Come se non bastasse, Sua Maestà Barbara, la primadonna più vanagloriosa dell’Universo, ha preteso una luce personale con extra-ultra-super-esposizione, che aggiunta alle altre, la fa sembrare un’aliena scesa da un pianeta abbagliante più di Las Vegas. A questo punto non mi resta che fare il provino per una trasmissione di Canale 5. Un’idea ce l’ho. Non meravigliatevi quindi se uno di questi giorni viene a bussare alla vostra porta il postino di Maria.

Dio Denaro

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Ormai, se non produci reddito non puoi lavorare. Resti in ballo giusto il tempo di provare a raggiungere gli obiettivi che ti impongono per realizzare il massimo profitto. Se non rendi, ti buttano fuori. Vendere, fruttare, importare, commerciare, persino svendere e rifilare può andare, se porta soldi. Puoi avere anche un cervello che funziona o una grande personalità, ma se questo non ha un riscontro economico, nel giro di poco tempo sei out. Siamo in un’era in cui conta solo acquisire clienti, procacciare affari, fare business, tutto il resto te lo fai fritto. L’arte, la poesia, la cultura, se non finalizzate ad un investimento concreto o a un rientro di soldi, restano solo un piacevole passatempo per lo spirito. Conta solo il Dio denaro. Io amo il denaro, anche più di quanto amo gli uomini, ma lo inseguo solo per coprire le necessità del mio quotidiano, per riuscire a sopravvivere e arrivare a fine mese con serenità, togliendomi qualche piccolo sfizio. Non sopporto invece l’avidità. Non è vero che più fai quattrini, più ne vuoi e più non ne puoi fare a meno. Assolutamente no. Non dipende da questo. Ognuno ha il suo range nel quale sa di potersi muovere per vivere con dignità e gestire i propri affari. Tutto il resto è un overbooking. L’ambizione è la molla che fa scattare l’avidità. Ammiro chi vuole arrivare più in alto, denota un certo carattere, ma le scale hanno i pianerottoli e bisogna sapersi fermare su quello giusto al momento giusto.

Chiringuito beach

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Il mio sogno è volare via. Cambiare vita. Ricominciare da zero in un mondo nuovo. Una nuova alba e un nuovo tramonto, circondata comunque da spiagge coralline, mare turchese e palme a gogò. Ho due opzioni : un’isola dei Caraibi o Zanzibar. Sogno un chiringuito sulla sabbia, dove vendere drink, cocktail e stuzzichi vari, a ritmo di musica figa, qualsiasi sia. E’ qualcosa che inseguo da anni, ma non è facile da realizzare, a causa delle norme che oggi regolano il litorale marino e i vari ambaradan da affrontare. Da sola non potrei mai farcela, avrei bisogno di un socio che però non sia sociopatico, ma che invece riesca ad organizzare il tutto secondo le leggi di quell’angolo di paradiso, aiutandomi a coordinare finanze e logistica. Quindi un socio col portafoglio. Il top sarebbe volare nella mia isola magica con qualcuno capace di trasmettermi brividi, ma non è una sine qua non. Andrei anche con un amico, o chi voglia semplicemente condividere il mio progetto senza pretendere niente in cambio. O anche con un’amica affiatata, pronta a seguire la mia pazza avventura col massimo entusiasmo.

Alibi

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Gli uomini sono abilissimi nel trovare ogni tipo di scusa con una donna. Ho memorizzato, con rassegnato realismo, alcune frasi che usano per lasciarla, prendere le distanze, ritagliarsi maggior spazio, mettere le mani avanti o non “accasarsi” :

HO APPENA CHIUSO UNA STORIA IMPORTANTE

TI VORREI COME AMICA

NON TI MERITO

HO PERSO IL TUO NUMERO

DOVREMMO PRENDERCI UNA PAUSA

C’È UN’ALTRA

MEGLIO ADESSO CHE TI AMO ANCORA

HO AVUTO UNA BRUTTA ESPERIENZA

NON SEI TU SONO IO

MI PIACI MA NON VOGLIO UNA STORIA

MEGLIO ADESSO CHE TI AMO ANCORA

HO UNA VITA CHE NON MI LASCIA SPAZIO

Se ci sei batti un colpo

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L’età non conta, ti voglio giovane nell’animo

Intelligente ma non cervellotico

Fedele anche se piaci alle altre

Brillante ma non accentratore

Figo nell’insieme, un bel colpo d’occhio

Sessualmente attivo, ma non stressante

Felice di viaggiare in 2 pagando x 2

Fantasioso ma non perverso

Generoso senza farlo pesare

Sportivo, ma non malato di palestra

Buongustaio, guai se guardi le calorie

Interessante non per atteggiamento

Divertente, ironico e autoironico

Leggero, ma non un Peter Pan

Con un lavoro in cui ti senti realizzato

Passionale ma non morboso

Paziente senza essere zerbino

Colto però non saccente

Non miliardario, ma neanche squattrinato

Geloso purché non rompi le palle

Con sufficiente autostima però non narciso

Determinato e non incoerente

Incline al confronto e poco propenso alle polemiche.

2021 Fuga dal Covid

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Non so voi, ma io la mattina del 6 marzo, quando sarà terminata la scadenza del dcpm, sarò l’ombra di me stessa. Una larva umana. La carcassa putrefatta di una carogna circondata da avvoltoi. Sarò come quel detenuto in cella d’ isolamento che decidono di far uscire dopo la punizione, instabile e accecato dalla luce. La superstite di una guerra nucleare, che riapre le porte del bunker nel quale era rinchiusa. Un’anima sperduta nel deserto, assetata e coperta di sabbia, che viene soccorsa da una carovana. L’eroina di una serie di fantascienza, che dopo un viaggio intorno alla terra, rientra alla base con la speranza di trovare qualche fonte di vita. Un’ebrea sopravvissuta ad un campo di sterminio, che con gli occhi cerchiati e lo strazio nel cuore deve reinserirsi nella società.

Come una naufraga approdata sulla spiaggia di qualche isola in mezzo del mondo, sfiancata e stremata, mi getterò su di una bottiglia di rum giunta chissà da dove con qualche mareggiata. Organizzerò una cena con gli amici nel più bel ristorante della città, senza badare a spese, per godermi una cena luculliana fino a sentirmi male. Con la schiena dolorante e le gambe anchilosate, correrò in palestra per riprendere i miei esercizi di posturale, ormai abbandonati da mesi. Mi precipiterò al cinema, se esisteranno ancora le sale e le case di produzione. Prenoterò un viaggio fantastico al mare o in qualsiasi posto del mondo, per passare una vacanza come se non ci fosse un domani. Toglierò la mascherina per sempre, sfoggiando una bocca con sei dita di rossetto riprendendo le mie sembianze di femmina a 360 gradi, felice di non essere più una donna a metà, senza più una fisionomia propria. Entrerò in tutti i negozi e nei centri commerciali, per comprare 200 vestiti al giorno. Mi apposterò fuori a tutte le ore e, anche quando chiuderanno, farò la veglia per aspettare che riaprano il giorno dopo, per ricomprare altri 200 vestiti. E comincerò ad abbracciare e baciare chiunque, belli, brutti, giovani, vecchi, buoni e cattivi. E farò sesso dovunque, in città, fuori dal comune, fuori regione e in tutti i luoghi e in tutti i laghi. Alla fine, se diventerà obbligatorio, cederò anche al vaccino, infischiandomene persino degli effetti collaterali, cosicchè almeno potrò chiudere questo incubo micidiale. Sì farò tutte di queste cose, finalmente libera, felice, padrona di nuovo della mia vita.

Se non lo permetteranno neanche allora, giuro che divento una iena. E come Jena Plissken in “1997 Fuga da New York”, andrò a cercare il Presidente. Ma, non me ne voglia Carpenter, in questo caso non andrò a liberarlo. Lo lascerò piuttosto in ostaggio dei suoi rapitori, fino alla fine dei suoi giorni.

Polvere di stelle

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Stamani mi sono fermata per fare benzina. Andavo di fretta e avevo la testa altrove. A venti metri dal distributore c’era il ragazzo della Erg che stava fumando. Appena mi ha visto ha spento la sigaretta con un gesto molto sexy e si è avvicinato. Dal finestrino gli ho detto : <Mi dispiace che hai dovuto smettere di fumare> E lui : <Non preoccuparti, sono abituato> e si è appoggiato con nonchalance sul vetro abbassato. Era carino, con tatuaggi sulle mani, un anello figo al dito e lo sguardo da guappo, quello di chi ha capito in un attimo quello che stavo pensando di lui. A quel punto la mia Panda blu si è trasformata da zucca in carrozza e mi sono sciolta come neve al sole. Ed è stato così, che in quel preciso momento, ho realizzato di scrivere questo post.

Ebbene sì, ammetto, appena avverto nell’aria profumo di uomo, senza accorgermene, mi circondo di una nuvoletta luccicosa che non posso mascherare, neanche con la mascherina. E’ come se agitassi all’improvviso la bacchetta magica della fata Turchina, spargendo un’ erotizzante polvere di stelle. La sola presenza di un maschio mi trasforma nella più seducente delle donne. Accade tutto in un attimo. Mi si illuminano gli occhi, sorrido, scuoto i capelli e creo subito un rapporto empatico col mio viandante fugace, al quale arriva senza filtri la mia palese dipendenza. Quando mi trovo a contatto con gli uomini mi sento straordinariamente a mio agio. Provo una sensazione benefica, rigenerante, nella quale sguazzo felice. Non dipende dall’età, perché mi accade sia se spupazzo un bambinello sorridente nella carrozzina, converso con un ottantenne ancora smosso dal testosterone, o parlo di musica con un adolescente. Per solleticare la mia femminilità, a me serve solo un clic.

Può sembrare scontato che le donne abbiano questa connessione automatica con gli uomini, ma non è così. Molte restano tiepide, distratte, totalmente indifferenti persino di fronte a chi merita attenzione. Pensano al lavoro, alla lista della spesa, a cosa devono cucinare, ai figli o all’aerobica. Tutto il resto passa in secondo piano. Ma come faranno? A me pare impossibile. Dal tempo dei tempi, subire in modo sensibile il fascino dell’altro sesso è sempre stata una prerogativa maschile, così diffusa da creare lo stereotipo di uomo leggero, un sottone che rincorre le sottane. Per fortuna non sono al livello del “basta che respirano”, anzi in questo sono molto esigente. La mia diagnosi riguarda esclusivamente l’approccio fuggevole che ho con il mondo maschile.

Faccio degli esempi : In volo, la divisa o il ciuffo biondo di uno steward sono sufficienti a rendere il mio viaggio meno noioso. Ai caselli autostradali se trovo il tipo giusto, socializzo addirittura in un battito di ciglia. Non potete immaginare quante cose si riescono a dire tra un ticket e un pedaggio. Nei villaggi turistici poi è la fine. Solo a vedere tutto quel ben di Dio che mi ronza intorno, devo farmi legare ad una sedia, altrimenti faccio una strage. Cosa mi interessa se quei ragazzi abbronzati, scanzonati e disponibili, sono lì apposta per sedurre le belle signore, per me sono comunque una meravigliosa tentazione, pronta a ricordarmi che in fondo non è poi così male essere come sono. Mi aiuta a vivere meglio.

Scintillio a 32 denti

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Sorridere è economico. Costa più un caffè al bar. Eppure molti evidentemente lo considerano un bene di lusso e continuano a mostrare la faccia cupa e un’espressione accigliata. Questi musoni non hanno capito niente della vita. Privandosi dello scintillio di un sorriso, piano piano si spegneranno, perché solo chi capisce come brillare di luce propria può riuscire ad illuminare gli altri.

Tu sì ‘a cchiù bbèll ‘e tutt ‘e modelle

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Napoli è una modella assai civetta. Appena vede una persona con la macchina fotografica si mette in posa. Quando si accorge che qualcuno sale a Posillipo per riprenderla dall’alto, si trucca, indossa un abito firmato e mostra il suo lato migliore, quello più fotogenico. Se invece passeggi su via Caracciolo e ti fermi a scattare il lungomare, si fa ritrarre con solo due accessori : gli scogli e la sagoma di Capri che spunta da lontano. Se le onde s’infrangono violente, sceglie un’allure aggressiv, altrimenti un primo piano dolce e accattivante. Al contrario, di fronte a un turista in cerca di storia dell’arte, assume un’ espressione seriosa. Si pavoneggia altera sfilando tra chiese, musei, regge e palazzi, sfoggiando uno sguardo meno frivolo, più interessante. Se poi scopre però che entri a fotografarla nel centro storico, mostra la versione acqua e sapone. Qui gira sorridendo con naturalezza, tra i quartieri Spagnoli e la Sanità, felice, perché sa che tra quei vicoli è nel pieno della sua bellezza.

Ingiustizie

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Sempre fortunati gli uomini. Risultano addirittura interessanti anche con le chiome sale e pepe, un po’ di pancia, la barba, le rughe e i peli sulle gambe. Le donne, poveracce, pur di non essere buttate via come scarpe vecchie, devono sopportare l’incubo della tinta, convivere con i chili della menopausa, combattere con il rasoio e ricorrere ai filler. Ma quello che ancora più mi fa imbestialire è l’ingiusta differenza che si usa per definire chi ha successo con l’altro sesso.

Loro guarda caso vengono chiamati con termini suadenti : Latin lover, Playboy, Casanova, Tombeur de femme, Dongiovanni, Viveur, Gigolò o Rubacuori. Tutti grandi seduttori come Rodolfo Valentino. A noi invece toccano quelli più infami : Mantidi, Ruba mariti, Zoccole, Malafemmine, Mangiatrici di uomini, Maliarde, Donne di malaffare, o Rovina famiglie. Tutte grandi stronze come Circe. Ingiustizie della vita.

                     Non ho dubbi, se esiste un’altra vita, voglio nascere maschio.

Preserviamoci

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Giorni fa in una farmacia mi è caduto per caso l’occhio sull’espositore dei preservativi della Durex. Ho scoperto un mondo sul quale non mi ero mai soffermata. Così mi sono divertita a prendere appunti, ricopiando le indicazioni scritte sulle varie scatole, esattamente come le ho lette (TRANNE LE PARENTESI). Chissà, magari potrà tornarmi utile :

SETTEBELLO CLASSICO i primi e i più amati (per chi ama la tradizione).

JEANS con forma Easy-on, facili da indossare per un maggiore confort (meglio però “non strappati”).

PERFORMA prolungano il piacere grazie ad una lubrificazione ritardante con il 5% di benzocaina (perfetti per gli “sfattoni” ).

TVB e LOVE SEX pratici, anatomici e adatti a tutti, pensati soprattutto per i giovani e ai loro primi rapporti d’amore (per un sesso Peace & Love).

INTENSE HC e PLEASUREMAX con rilievi, nervature e un gel alla menta che stimola solleticanti sensazioni calde e fredde, perfette per aumentare soprattutto il piacere della donna ( Ecchecavolo!!!! ).

CONTATTO CONFORT sottili e ad alta sensibilità, per conservare a lungo l’effetto pelle contro pelle ( inutili per le sveltine ).

CONFORT XL per una piacevole sensazione di agio durante il rapporto (consigliati agli scambisti per togliersi dall’imbarazzo).

INVISIBLE XL per uomini che hanno bisogno di una misura più comoda del normale (e come si dice a Napoli : “povera chi ci capita” ).

DEFENSOR extra resistenti per garantire massima protezione e maggior spessore anche per rapporti strong, proteggono da gravidanze indesiderate (raccomandati ai perversi e agli amori clandestini : fidarsi è bene, non fidarsi è meglio).

NO LATEX anallergici, evitano a chi è allergico al latex, il rischio di dermatiti da contatto (da suggerire agli amanti del bondage e BDSM).

REAL FEEL danno una sensazione naturale di contatto sulla pelle, grazie al materiale “Real feel “ (per chi si sente cool).

SYNC intensificano la durata e sincronizzano il piacere tra i partners (ottimi per una gang bang).

TROPICAL colorati e al sapore di frutta, stimolano l’amore attraverso l’olfatto (meglio ancora se usati dopo il dessert ).

STRAWBERRY al gusto di fragola ( sicuramente sexy, ma attenzione all’orticaria ).

COFANETTI FUN EXPLOSION ( 18 pz ) oppure MAGIC BOX ( 72 pz ) eccitanti varietà per un mix di esplosioni (perfetto per chi decide di passare una serata in un privè).

Abbracciarsi

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Attraverso un abbraccio puoi comunicare tutto. Qualsiasi tipo di emozione. L’impeto di una passione esplode quando sei tra le braccia di chi ti fa battere il cuore, e non servono parole. Basta stringersi per dirsi tutto. Anche dopo il sesso è bello restare abbracciati, in silenzio, assaporando quei momenti in relax. Quando si è innamorati questo tipo di effusione ci fa sentire amati. Ma un abbraccio è importante anche quando abbiamo bisogno di essere rassicurati. E’ una dimostrazione affettuosa che può arrivare da chiunque, purché sia sincera. Se abbracci un figlio gli trasmetti tutto il tuo amore anche solo con il calore del tuo corpo, mentre a volte evitiamo di stringere un genitore anziano per non fargli male, tanto è fragile. Lo facciamo però con lo sguardo e la nostra dolcezza a lui arriva lo stesso. E’ comunque un abbraccio amorevole. Con gli amici più cari è bellissimo abbracciarsi. In quella stretta solidale ci si capisce al volo. Non occorrono frasi cerimoniose per scambiarsi affetto, parla la complicità. Persino stringere al petto un cane o un gatto ci riempie il cuore, trasformandoci in teneri coccoloni. Ecco perché oggi siamo tutti incompleti, privati di questo slancio, spesso dato quasi per scontato. Ma è proprio quando una cosa è vietata, che ti accorgi di quanto in realtà sia necessaria.

La chiave del cassetto

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Durante una relazione non sempre le cose filano lisce come l’olio. Anche se si è innamorati e si va d’accordo, può capitare che uno dei due abbia ancora un buco nero da risolvere. Può essere qualsiasi cosa. Un lutto non ancora superato. Un amore finito male che ha lasciato un segno profondo. Un pesante trauma giovanile da digerire. Il rimorso per qualcosa che non si ha avuto il coraggio di affrontare. Un abuso o una violenza psicologica subita in passato. Una colpa ancora da confessare. Una forma di bipolarismo. Insomma, ferite ancora aperte che non si riescono a ricucire. Ognuno di noi ha qualche segreto custodito in un cassetto, fantasmi che non intendiamo confidare a nessuno. Persino quelli come me, abituati ad esprimere a chiunque ogni minima sensazione vissuta, conservano uno spazio di intimità chiuso a doppia mandata. Qualche volta lo facciamo per paura di essere giudicati, perché ci vergogniamo, o perché riteniamo che il nostro segreto non merita di essere condiviso con chi non ci ispira fiducia. Oppure, cosa ancora più probabile, soltanto perché non abbiamo il coraggio di liberarci di quel peso opprimente. A causa di questo macigno che ostacola la nostra coscienza, portiamo una maschera invisibile, anche con chi ci ama. Viviamo la nostra vita in piena normalità, ma sempre frenati da qualcosa che ci impedisce di essere totalmente liberi. Sotto sotto però ci auguriamo che il nostro partner prima o poi riesca ad aprire quel nostro cassetto oscuro e spesso gli diamo anche l’opportunità di trovare le chiavi. Questo non accade solo in coppia, ma anche con gli amici o i familiari. Non è facile per nessuno penetrare l’animo profondo di una persona e diventa ancora più complesso quando si tratta di qualcuno che ci coinvolge. Il più delle volte gli sconosciuti riescono ad avere maggiore successo nell’aprire queste porte misteriose, proprio perché non hanno condizionamenti emotivi. Oppure è un compito che tocca agli psicoterapeuti, che usano metodi studiati apposta per risolvere i disturbi della psiche. Chi invece riesce nell’impresa soltanto con le sue risorse, dimostra non solo il suo amore, ma soprattutto grande sensibilità. Bisogna essere molto pazienti, ma anche abili per portare una persona ad aprirsi. E’ davvero difficile, ma quando accade però, quei cassetti poi non avranno più bisogni di chiavi.

Tortura cinese

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Quando suona la sveglia nel mio corpo scatta un vero e proprio ammutinamento. Solo a sentire quell’odioso suono mattutino mi sento svenire, anche se sono sdraiata tra le lenzuola. E’ un momento terribile, in cui darei la vita pur di non alzarmi. E’ una punizione corporale che mi soffoca come la garrota. Una tortura esasperante peggio della goccia cinese. Succede ancora di più quando passo una notte insonne. Sto con gli occhi sbarrati per un tempo infinito, sapendo che prima o poi dovrò scendere dal letto e penso : “Ora mi addormento, devo concentrarmi e non lasciare che la mente vaghi tra le nuvole. Anche riposarmi un minimo può essere sufficiente”. Invece nulla, continuo a stare con gli occhi sbarrati. Poi, quasi per un dispetto di Morfeo, un’oretta prima del Driiin crollo. Appena sono in pieno REM, il cellulare comincia a trillare ripetutamente, fino a che, con uno sforzo immane spengo il primo rinvio. In genere lo tengo appoggiato sulla parte destra del letto, un lato ormai vuoto da anni, da quando il mio ex amore ha deciso di lasciarlo libero. A quei tempi quel materasso vibrava sconquassato da acrobazie kamasutriche, invece ora le vibrazioni sono solo quelle che provengono dal mio telefono. Trema tutto, materasso, cuscini, copertura, persino la spalliera, un sussulto spaventoso che penetra nel cervello e nelle ossa come un trapano. Ho 3 step prima dell’ultimo avviso. E quei 5 minuti tra uno e l’altro mi sembrano un’ oasi di pace, nella quale mi dico : “ Che bello, ho ancora tempo, posso anche riaddormentarmi e sognare.” Mi illudo che sia un’ interminabile intervallo in cui crogiolarmi prima di uscire fuori dalle coperte. Sono talmente narcotizzanti quegli istanti, che per non correre rischi metto una seconda sveglia dopo 15 minuti. Nel momento poi in cui realizzo di essere in piedi, ho in mente un unico pensiero : aspettare la sera per rimettermi a letto. Quanto amo i giorni di festa, in cui senza orari posso dormire ad oltranza. Riesco a sopportare questo supplizio solo quando devo alzarmi per partire. Allora, addirittura evito di addormentarmi, tanta è l’adrenalina in corpo e la paura di perdere l’aereo o altro. In quel caso non ho sonno, non sento la stanchezza e sarei capace di stare sveglia per 24 ore. E non aspetto altro.

Litigare

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Si litiga per tantissimi motivi. Spesso lo facciamo per il gusto poi di fare pace e dare un po’ di pepe ad un rapporto. Oppure per chiarire un malinteso dovuto ad una incomprensione, o qualcosa a cui si è data un’interpretazione sbagliata. Del resto le persone hanno punti di vista differenti e non possono essere per forza d’accordo. Da piccoli tendiamo a litigare perché ci facciamo continuamente dispetti e vogliamo appropriarci di ciò che non ci appartiene. Tra le coppie la gelosia è forse la maggior causa di litigio, perché affronta mille dubbi e tende a scaricare il veleno che si ha dentro. Si litiga anche per rinfacciarsi colpe vere o presunte, cercando a tutti i costi un responsabile a cui addossare eventuali errori, così come può accadere di discutere per motivi di rancore, quando si decide di cacciare gli scheletri dall’armadio o vecchie questioni messe da parte. Il più delle volte si litiga semplicemente per sfogarsi ed espellere la rabbia e le insicurezze accumulate. Litighiamo anche per motivi di competizione, perché purtroppo la vita è una sfida continua. Se ci rubano poi il ragazzo, il marito o il fidanzato, non ci resta che bisticciare con il nostro rivale, anche se alla fine non è detto che vinciamo la partita. Il disprezzo però resta il motivo più spiacevole per litigare. Aggredirsi a parole con toni pesanti e distruttivi colpisce nel profondo e sono ferite che fanno davvero molto male. I litigi sono parte della vita, d’accordo, ma qualsiasi siano le ragioni, litigare sfianca. Anche se dopo aver sbollito la collera ci si sente un po’ meglio, qualcosa comunque si rompe. Dopo un litigio infatti ci si sente molto tristi, perché in quei momenti la rabbia ti sconvolge, il sangue sale al cervello, viene il mal di testa e si dorme agitati. Fare pace poi non è sempre facile. Molti si bloccano e non trovano il coraggio di fare il primo passo, quindi nel frattempo restano inquieti. Personalmente non credo che dirsene due sia il sistema migliore per eliminare i disaccordi, specialmente quando un litigio diventa violento e aggressivo non solo a parole. Forse un tempo lo credevo, quando ero più impulsiva e faticavo a contare fino a dieci prima di gettarmi in una discussione. Oggi evito di polemizzare e di attaccar briga con qualcuno, preferisco sorvolare e cercare un confronto civile e pacifico. Anche se arrivo sul punto di litigare, infatti, mi sforzo di comprendere chi sta dall’altra parte, aldilà delle singole parole. Scontrarsi va bene, anche accalorarsi se occorre, ma bisogna farlo con rispetto.

Amabili spettri

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Esistono film horror che affrontano spesso il tema di spiriti e fantasmi. In alcuni casi sono in chiave caricaturale, non molto credibile, in altri invece si affronta il tema in modo quasi tangibile, al punto da farci ipotizzare che l’aldilà sia una dimensione al limite del possibile. Il mondo è pieno di parapsicologi che studiano il mondo del soprannaturale e che provano a dare spiegazioni scientifiche a tutto quello che sembra anomalo. La scienza però non riconosce questi fenomeni inspiegabili, perché non esistono prove che ne dimostrino l’esistenza. Sono in molti a pensare che alcune persone siano in possesso di poteri soprannaturali, ma anche che si tratti solo di autosuggestione. Certo è plausibile, visto che parliamo di eventi che viaggiano su livelli al di sopra della realtà. Le percezioni extrasensoriali hanno manifestazioni diverse. Spaziano tra telepatia, spiritismo, telecinesi o preveggenza, ma in ogni caso restano comunque discutibili. Prima ero molto scettica su questo argomento, oggi invece sono portata a pensare che il paranormale in fondo sia quasi normale. Non sono in grado ovviamente di dare una logica a certi avvenimenti, ma non escludo che esista un’ energia intangibile che dopo la morte resta sospesa tra il mondo terreno e quello astratto. Una specie di limbo etereo in cui vagano anime inquiete ancora non risolte. Personalmente ho avuto in alcune occasioni la sensazione di qualcosa a cui non so dare un’interpretazione razionale, che però mi ha lasciato incredula e spiazzata. In fondo, perché mai non dovrebbe esistere questo spazio misterioso tanto discusso? Qualcosa di verosimile ci deve essere per forza, altrimenti nessuno ne parlerebbe. Così come gli alieni tanto descritti e raffigurati. E’ certo ormai che qualche esemplare sia nascosto nell’Area 51. Tra l’altro, hanno tutti una comune fisionomia, da cui probabilmente si sono ispirati vari registi. Può darsi che addirittura molti di loro siano già tra noi, invisibili o sotto chissà quali forme. Quando si affrontano di continuo temi oscuri e incomprensibili come quelli descritti, secondo me in fondo c’è sempre un pizzico di verità. Come i pettegolezzi. Quando escono, anche se non vuoi dargli peso, stai sicuro che prima o poi, risultano fondati. Non s’inventano fandonie di sana pianta. Infatti, guarda caso, fino ad ora nessuno ha detto che sono uscita con Richard Gere. Però, giuro che se un giorno mi dovesse capitare di essere perseguitata da qualche spettro, non mi dispiacerebbe l’idea di un fantasma con le sue sembianze. Una presenza assai gradita, ancora di più se nella camera da letto.

Lo specchio della coscienza

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La coscienza è la colonna vertebrale che sostiene il nostro equilibrio. Pur non volendo affrontarla, siamo costretti prima o poi a renderle conto. Anche quelli che vivono la vita alla giornata, seguendo solo ciò che soddisfa il proprio ego, ad un certo punto devono guardarsi allo specchio. Se non ti confronti con la tua natura profonda, non fai che rallentare la tua stabilità emotiva. Sarebbe bello continuare a fare tutto quello che ci va, senza giustificare le nostre azioni, ma non funziona così purtroppo. C’è un momento i cui la vita ci consegna “The bill”. Non occorre spiegare agli altri le nostre scelte, ma a noi, perché la coscienza è nostra e non degli altri. Non dobbiamo comunque sfondare questa fastidiosa barriera con un’ariete, non servirebbe a niente, ma solo misurare con onestà se il nostro stato psico-fisico è a posto. Spesso ci buttiamo alle spalle le regole, diamo spazio alla nostra fantasia emotiva e al nostro istinto. Stupendo. Non c’è niente di meglio ed io sono la promoter di ogni forma di libertà, ma nello stesso tempo so che se prima di dormire non mi confronto con la mia coscienza, non posso amarmi. Come potrei volermi bene se non confesso alla mia anima i miei errori, i miei limiti e le mie debolezze? Tutto è lecito e rientra nel giusto se lo si ammette e lo si accetta con consapevolezza. La coscienza è un po’ come un fratello maggiore che ti prende per mano per farti capire che hai fatto qualcosa che non dovevi. A un genitore non dai retta, ma un fratello sì e ascolti i suoi consigli, perché sai che con lui puoi avere un confronto alla pari, con un pizzico di ragione in più. E’ importante guardarci dentro, per centrare il nostro essere. Osservarci con ragionevolezza, significa osservare anche gli altri con lo stesso parametro, senza giudicare nessuno e soprattutto senza sentirci animali spaventati. Quando mi guardo allo specchio non gli chiedo se sono la più bella del reame, ma se il mio centro di gravità funziona bene.

Outfit alla Benjamin Button

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Quando ero più giovane vestivo da signora. Indossavo tailleur classici e tubini bon ton, entrambi però con gonna sopra il ginocchio rigorosamente su tacchi a spillo, anche quando lavoravo 8 ore in piedi. Le scarpe da tennis erano out persino quando salivo in barca. Non so perché evitavo i pantaloni, forse perché li consideravo meno femminili, al massimo mettevo gonna e camicetta con una cintura alta in vita, perché esaltavano il fisico. Il mio era un look da “grande”, quasi come se volessi sembrare più donna. Con gli anni invece è accaduto il contrario. Senza accorgermene, piano piano ho iniziato ad eliminare i completi giacca e gonna e gli abiti aderenti, creandomi uno stile molto easy, anche nelle occasioni meno sportive. Con ogni probabilità questa trasformazione si è adeguata al fisico che con l’età purtroppo ha modificato le mie forme, diventate più appannate e meno delineate. Il motivo un po’ è questo e un po’ anche perché inconsciamente alcuni indumenti mi fanno sentire più agée. I jeans oggi sono il mio capo basic, li abbino con casacche, maglie larghe o un blazer. Fondamentali restano i tacchi, ma quelli a spillo ora li ho sostituiti con altri meno sottili, più comodi, oppure con le zeppe, anche perché molto spesso mi capita di andare in locali con pavimentazioni precarie e instabili. In particolare adoro gli stivali, in tutte le salse : corti alla caviglia, a tronchetto, camperos, stringati, sulla coscia, in pelle, camoscio, animalier o anche colorati, con un tacco da 5 a 12, largo o sottile, secondo lo stile. Mi piacciono soprattutto con i vestiti, preferendoli ai decollete, che danno invece un’aria da signora. Proprio l’opposto di quando avevo vent’anni. Oggi, a differenza di allora, quando devo andare in escursione o fare una gita, metto solo scarpe sportive, così come scelgo calzature più comode se devo rimanere molte ore in piedi. E’ proprio strana la vita, più cresciamo e più andiamo a ritroso ed io ho fatto esattamente come Benjamin Button : sono nata vecchia e poi sono ringiovanita.

Picnic Newyorchese

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Stimolata dalle dirette da Manhattan di Piero Armenti del “Il Mio viaggio a New York”, oggi ho deciso di fare l’americana. Avendo giusto un’oretta nella pausa pranzo, invece di fermarmi ad un bar per un toast, ho comprato un tramezzino e sono venuta nel parco vicino casa per fare un picnic alla Newyorchese. Fino ad ora non l’avevo mai fatto. Per il mio spuntino ho scelto una panchina un po’ appartata sotto gli alberi, dove filtra ancora un pochino di sole. E’ stata una giornata molto calda e quindi cerco di godermi gli ultimi raggi. Certo non sono al Central Park, però tra qualche tiro di sigaretta, una chat, un paio di telefonate e 3-4 foto, confesso di sentirmi proprio da Dio, serena e rilassata, una volta tanto fuori dalla mia quotidianità. Ho un carattere che mi porta a sdrammatizzare, quindi sto cercando più che mai di dare valore a tutte quelle piccole cose che mi aiutano ad alleggerire le negatività di questo triste periodo. Il Central Park lo conosco bene, mi sono sdraiata sul suo prato, ho passeggiato nei i viali tra le rocce grigie, ho attraversato i ponticelli e fotografato i laghetti dove si riflettono i grattacieli. Grazie al cielo che ho girato il mondo, perché questo bagaglio oggi mi serve per affrontare ciò che ora mi manca. Santi i giorni dedicati ai miei viaggi. Se potessi ricomincerei di nuovo tutto da capo. Comunque, in questo parchetto rionale, dove persino le foglie non hanno lo stesso colore autunnale di N.Y. in fondo non mi sento frustrata. Un passerotto si è soffermato a beccare le ultime briciole del mio pranzo, così butto l’occhio di sfuggita sull’orologio, realizzando che l’ora di svago è finita. Quindi mi alzo e mi avvio verso un bar per bere a volo il mio caffè corretto, prima di riprendere il lavoro. Chissà, magari dopo questo stop rigenerante, con in po’ d’ immaginazione, nel pomeriggio potrei anche sentirmi nei panni della segretaria di un super Studio Associato della Fifth Avenue.

Mr. Hyde in gonnella

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Piacere agli uomini è abbastanza scontato, ottenere il favore delle donne invece è più raro. Il mondo femminile è complesso e spesso esiste una malsana competizione, che pone l’una contro l’altra. Questo guanto di sfida a me l’hanno gettato pochissime volte. Sin da quando ero piccola le bambine mi sceglievano come amichetta e non si litigava quasi mai. È stato così anche nelle fasi successive della mia vita, persino nell’età adolescenziale in cui ero cicciotta e mi guardavano con aria critica o più tardi, quando invece mi avrebbero potuto invidiare perché riscuotevo un certo successo tra i maschi. Aldilà di un fattore empatico, ho capito con l’andar del tempo che avere la complicità del gentil sesso, per me dipende da altri motivi. Penso che molte donne siano di base inquadrate in un ruolo protocollare, specialmente se in coppia. Alcune lo fanno senza sacrificio, altre invece seguono la forma per paura di apparire non allineate, sognando però in fondo quel pizzico di umana trasgressione che affascina tutte. Io che per natura sono un’anticonformista, incarno quindi per questa fetta di inconsapevoli vittime, un modello di femmina selvatica che va oltre critiche e giudizi, quindi libera. Un Mr. Hyde in gonnella, però innocua. Molte Jekylldonne vorrebbero trasformarsi qualche volta in creature birbanti, mascalzone impetuose, disposte a vivere realtà più oscure. Un alter ego amorale, pronto a tutto. La prova del nove me l’ha data mia madre. Per tutta la vita non ha fatto che sminuirmi. Se qualcuno mi faceva un complimento, lei comunque rigirava la frittata, presentandomi invece come la pecorella nera della famiglia, quella su cui non potevi tanto contare, perché un po’ farfallina e poco affidabile. Per lungo tempo è durata la sua sfiducia verso di me. Poi, dopo tante vicissitudini, ha cominciato a cambiare idea, guardandomi sotto una luce diversa. Non a caso, nel periodo della sua malattia, voleva fossi sempre io ad accompagnarla dai medici nei suoi ricoveri, perché diceva che la facevo distrarre dai mali. Per assurdo, i corteggiamenti diretti dei dottori nei miei confronti, seppure in quelle circostanze, la facevano divertire, allontanandola dai problemi. A parte queste frivolezze, iniziò comunque ad apprezzare piano piano la mia filosofia di vita, le mie aperture mentali, il mio essere fuori dalle righe, intravedendo in questo modo di prendere la vita, una dimensione nella quale sotto sotto avrebbe voluto trovarsi almeno una volta. Proprio lei, madre e moglie irreprensibile. Quando le raccontavo le mie avventure amorose si appassionava, sognando quel lato passionale che aveva tenuto sempre sopito. Ecco perché penso che le donne mi vogliono bene, mi ammirano e non mi giudicano. Rappresento per molte l’immagine di una “Mrs. Hyde” dei tempi moderni, armata però non di bastone, ma di un sano e rocambolesco spirito libertino.

Coprifuoco

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Quando mia madre mi raccontava del coprifuoco durante i bombardamenti, mi sembrava una cosa “dell’altro mondo” immaginare che al suono della sirena tutti dovevano scappare nei rifugi. <incredibile> pensavo <meno male che me la sono scampata>. E invece il coprifuoco ora è tornato. Per fortuna non ci sono le bombe, ma allo scoccare delle 22 siamo costretti comunque a rintanarci in casa. Se si va avanti cosi, tutto quello che sembrava “dell’altro mondo”, diventerà possibile. Sono sicura che prima o poi incontrerò un alieno. Speriamo che almeno mi offra un drink.

Volgarmente parlando

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Chi può stabilire se una cosa è volgare o no? Ci vorrebbe un tribunale al di sopra delle parti, avveduto e obiettivo, ma non esiste. Esiste invece la censura che vieta tutto ciò che potrebbe causare disagio al prossimo, attraverso immagini o comportamenti oggettivamente inadeguati. Questo lo accetto, anche se spesso non condivido appieno le scelte di chi fa i tagli. Però, quello che rientra nel nostro personale modo di agire, non può essere giudicato per nessuna ragione. Ognuno di noi è infatti libero di gestire la propria condotta morale o il modo con cui esprimersi. E’ così anche per quanto riguarda l’abbigliamento. Ci sono look senza dubbio criticabili, perché un po’ eccessivi, come una scollatura troppo generosa, uno spacco azzardato fin sopra l’inguine o un trucco pesante alla Tinto Brass. Anche in questo caso non va comunque bocciato, visto che rientra nello stile di quella persona e ognuno ha il diritto di vestirsi come vuole. Del resto quello che per me può essere normale, può non esserlo per altri. Legittimo, perché nessuno può stabilire quale sia la cosa giusta. I gusti sono soggettivi e quindi ognuno si deve comportare come vuole. E’ lecito dissentire o avere un parere differente, purché non si faccia della morale gratuita. Se una persona sa di essere corretta ed è convinta delle sue azioni, può stare tranquilla e non temere il giudizio di chi ci sta intorno. Il bello in fondo sta proprio nella diversità e, pur restando delle nostre idee, forse nel confronto possiamo trovare la chiave per stabilire il giusto limite della volgarità.

Vivere alla giornata

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Per abitudine mentale, nella vita mi piace pianificare ogni cosa. I viaggi, le spese, le uscite, le visite mediche, gli appuntamenti e, quando è possibile, anche gli incontri d’amore. Gli amici mi hanno sempre preso in giro per questo e si sono fatti mille risate quando cacciavo la mia agendina tascabile per appuntare date e orari, controllando la mia lunga lista di impegni. E’ quasi diventato il mio segno di riconoscimento. Per i viaggi è lo stesso. Che sia un tour, una crociera o un soggiorno in villaggio, per me la fase più bella è soprattutto quando devo programmarlo, quindi scegliere l’itinerario, studiare i preventivi, confrontare gli hotel, o meglio ancora abbinare le escursioni scovando le cose più interessanti da vedere. Ho sempre prenotato con larghissimo anticipo le vacanze e quasi mai ho dovuto cambiare i miei piani. Ora invece si è ribaltato tutto. Totalmente. E’ diventato infatti impossibile decidere qualcosa prima, visto che nessuno sa cosa ci riserva questo momento così disorientante, dal quale pensavamo di essere usciti. E’ un’ attesa snervante, che mina la nostra psiche e soprattutto ci avvilisce, facendoci perdere l’ ottimismo. Oggi e diventato un terno al lotto persino fissare una visita medica o un intervento a distanza di mesi. Si fa tanta fatica a sincronizzare date e orari con gli impegni di lavoro e poi, all’improvviso, per un nuovo dpcm sei costretto ad annullare tutto, ricadendo nella più totale incertezza. Se si riesce a trovare l’offerta per un treno o un Hotel pagandoli in anticipo, in caso di annullamento si rischia di non avere neanche il rimborso, o comunque devi pagare una penale, perdendo ogni vantaggio. Che stress. Non parlo solo di scadenze a lunga durata, infatti, anche prendere un appuntamento per il giorno dopo è diventato assai difficile, perché le cose cambiano spesso anche da un momento all’altro. Purtroppo, anche molti incontri d’amore saltano. Periodo, modalità, location ed entusiasmo vengono bruciati in un soffio e, in questi casi il più delle volte non li recuperi, perché si sa che ogni lasciata è persa. Non c’è niente da fare, fino a che non si sbroglierà questa matassa, siamo costretti a vivere alla giornata, ora per ora, minuto per minuto. Beati quelli che decidono tutto all’ultimo minuto, non li ho mai capiti, ora invece l’invidio.

Chi si accontenta gode

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Da quando ci hanno tolto il gusto di partire, sui social vedo tantissime foto di gente in giro per l’Abruzzo. Talmente arrapati di viaggi, siamo costretti infatti a prendere in considerazione paesi come Mozzagrogna, Pacentro, Celano, Atessa, Barrea o altri angoli sperduti tra i monti. Questi posti decisamente snobbati prima, ora invece rappresentano l’unico svago della nostra misera vita da reclusi. Una gita alla Montagna spaccata equivale ad un picnic nel parco di Yellowstone, mentre il Lago di Bomba non è che la versione casereccia del Titicaca in Sud America. Facciamo finta che il mare di Cerrano sia quello di Sharm e i trabocchi di Fossacesia le palafitte delle Maldive. Se chiudiamo gli occhi, la fortezza di un piccolo borgo può sembrare un palazzo del Rajasthan e per assurdo, ci convinciamo che le cascate sulla Maiella siano meglio di Iguazù. Visitando poi il Museo di Capestrano, abbiamo l’illusione di trovarci all’Ermitage e, con un po’di fantasia, Roccaraso potrebbe ricordarci addirittura Courmayeur.

Insomma, è evidente che abbiamo tutti una grande necessità di viaggiare quindi, in attesa che finisca questa logorante catastrofe, dobbiamo purtroppo accontentarci di quello che passa il convento.

Sesso Astrale

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FARE SESSO :

FA SBATTERE LA TESTA COME UN’ ARIETE

CARICA COME UN TORO

CREA UN LEGAME COME I GEMELLI

ALLONTANA IL CANCRO

TI FA SENTIRE COME UN LEONE

SCONVOLGE UNA VERGINE

E’ L’AGO DELLA BILANCIA DELL’AMORE

FA MORIRE COME UNO SCORPIONE

FONDE L’UOMO CON L’ANIMALE COME NEL SAGITTARIO

PUO’ RENDERE CORNUTO COME UN CAPRICORNO

RILASSA COME UN ACQUARIO

FA ABBOCCARE COME PESCI

Info a luci rosse

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Oggi sono entrata al Mediaworld e ho chiesto info a un addetto. Ne è uscita una conversazione bislacca, basata tutta su doppi sensi. Siamo riusciti a portarla a termine solo ridendo, perché più andavamo avanti nel discorso e più ci incartavamo. Ho preso lo spunto da un paio di nostri scambi, per creare questa gag :

IO : <Buongiorno, è lei l’addetto al reparto aspirapolveri? Avrei bisogno di qualcosa che scopi e aspiri nello stesso tempo, perché il mio folletto ormai si è fatto vecchio. E’ diventato troppo pesante e mi è scomodo. Ogni volta che lo devo usare faccio una grande fatica. Vorrei qualcosa di nuovo, che sia efficace, ma che non costi più di 100 euro.>

LUI : <Signora, a questo prezzo però non può ottenere un buon risultato, perché si tratta di aggeggi con minore potenza e quindi le prestazioni sono molto ridotte.>

IO : <Ma in fondo per me la prestazione conta poco, mi interessa più che altro ottenere il risultato che cerco. In casa non scopo tutti i giorni, non sono tanto maniaca in questo senso. Ho un gatto, quindi quello che mi interessa è soprattutto trovare qualcosa che acchiappi bene il pelo e nello stesso tempo sia maneggevole.>

LUI : <Per avere quello che cerca deve spendere un po’ di più. Guardi questo, è uno dei migliori, è perfetto per scopare su ceramica, parquet, ma va bene anche su superfici più morbide. Ha un ottimo rapporto prezzo qualità.>

IO : < Posso provarlo?>

LUI : < Prego, lo prenda in mano e lo provi pure, sono in esposizione per questo. Senta com’è leggero, flessibile, può usarlo e poi anche riporlo in verticale. Ha vari accessori ed è privo del serbatoio d’acqua. Guardi bene la parte inferiore, le spazzole girano molto veloci, trattenendo esattamente tutto il pelo che a lei dà fastidio.>

IO : <Ma lo devo montare io? Sa non sono molto pratica per queste cose>

LUI : <No tranquilla, glielo consegniamo già pronto per l’uso. Se poi non dovesse trovarsi bene, può usufruire del “soddisfatti e rimborsati”. Ha 2 anni di garanzia e per qualsiasi problema, non occorre portarlo in assistenza, può chiamarci e interveniamo subito direttamente a casa sua, per risolvere ogni sua richiesta. Anche sostituendo eventuali pezzi che non vanno bene. Ci pensi>

IO : <Ok grazie, ci faccio un pensierino.>

Amore puro

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I genitori sono un patrimonio inestimabile da custodire con amore. Purtroppo ce ne rendiamo conto soltanto in tarda età. Da piccoli dipendiamo da loro e quindi li amiamo passivamente, quasi senza accorgercene. Da ragazzi poi iniziamo a capire con maggiore concretezza cosa vuol dire l’affetto e diventiamo più cuccioloni, ma sempre dando per scontato che loro sono lì per donarci amore. Quando si cresce invece, i genitori diventano scomodi. Ci proibiscono di uscire quando per noi è vitale, stabiliscono orari precisi nei quali dobbiamo rientrare, ci impongono lo studio, lo sport, la musica, i corsi di lingue e tante altre rotture di cui a noi non interessa un tubo. Predicano quando non hanno simpatia per i nostri amori e criticano regolarmente il nostro look. Insomma è scontato che i mamma e i papà vogliano avere il controllo su di noi e spaccano le palle di default. Se poi decidi di sposarti, spesso non sono d’accordo con le tue scelte e se dopo ti separi, difficilmente l’accettano senza fare storie. Anche se si ha un buon rapporto, è comunque complesso il ruolo genitori/figli e per lungo tempo si deve combattere una battaglia familiare. Più tardi però le cose si capovolgono. C’è un momento infatti in cui i figli diventano genitori e viceversa. Quando il padre e la madre diventano anziani, infatti, scatta nei figli un senso di protezione che annulla ogni eventuale contrarietà. Questo può capitare però anche se uno dei due si trova a lottare con una malattia. Di fronte a questo problema si diventa più umani, meno egoisti e ci si dedica completamente al recupero della loro salute. Chi non lo fa non merita neanche di essere preso in considerazione. Ci si può avvicinare anche per altri motivi però, non c’è una data o un motivo preciso, ognuno sente il richiamo a modo suo. Quello è comunque un bel momento, perché si riesce a trovare un’intesa spontanea e vera, in cui vengono azzerati i dogmi educativi e ci si può confrontare con spirito obiettivo. Se poi entrano in gioco i nipoti diventa ancora più facile, perchè sfruttiamo la comodità di contare sul loro appoggio e quindi, in questo caso, la convenienza ci porta a superare alcuni possibili contrasti. Il rapporto nonni/ nipoti è comunque straordinario, spesso anche più solido di quello genitori/figli. Adagiato in questo abbraccio carezzevole, un nipote infatti si sente meno sotto pressione, libero anche di confidarsi e aprirsi senza timori, perchè i nonni, accoglienti e comprensivi, riescono a trasformare il bastone e la carota, in buffetti e caramelle. Vedo ragazzi piangere quando parlano di un nonno, sia se è ancora in vita o se lo ricordano. Sono lacrime vere, piene di amore e tenerezza, che esprimono senza filtri una sconfinata e infinita riconoscenza.

E sottolineo se…

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Le cose che mi fanno impazzire di un uomo non sono se mi apre la portiera della macchina, mi scosta la sedia a tavola o mi dà il buongiorno. Oppure se mi fa gli auguri di Natale, mi porta a cena o mi offre lo champagne. O ancora se mi compra i fiori, mi riempie di sesso o rinuncia alla partita per vedermi. Quello che mi manda fuori di testa è :

Se prima di salutarmi mi chiede : “quando ci rivediamo?”
Se decide di passare insieme il capodanno e i nostri compleanni
Se mi fa capire che è un po’ geloso dicendomi : “mi raccomando…occhi bassi”
Se si entusiasma di organizzare un viaggio che piace a entrambi
Se scrive “mi manchi troppo” o mi sussurra “che bella che sei”
Se esce apposta per scegliermi un regalo che immagina possa rendermi felice
Se quando riparto dopo un incontro d’amore mi dice : “chiamami appena arrivi”
Se mi rende partecipe con slancio di una sua cosa importante
Se si interessa alla mia vita senza rompersi se parlo dei fatti miei
Se cucina qualcosa di speciale apposta per me
Se s’ impegna ad aprirmi i ricci di mare o le ostriche perché sa che ne vado matta
Se riesce a farmi sentire da sola anche tra mille persone
Se quando fa l’amore mi trasmette tutta la sua intensità, aldilà dell’eros.
In fondo non pretendo molto no?

Silenzio di tomba

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Tra le tante mie piccole manie, ne ho una abbastanza singolare : provo una misteriosa attrazione per i cimiteri. Mi rendo conto che questa mia fissazione potrebbe apparire un po’ macabra, ma è solo un’impressione, perchè pur amando i film horror, non sono né una thrillermaniaca amante di zombie, nè una medium in cerca di spiriti vaganti. Sono semplicemente curiosa di scoprire l’habitat dei vari cimiteri sparsi nel mondo. Ogni paese ha infatti le sue usanze e le sue tradizioni. Durante i miei viaggi mi capita spesso di passare davanti a un luogo di sepoltura, e quando non si trova esattamente sul mio cammino, faccio in modo di andarci apposta, anche per scattare qualche fotografia. E’ incredibile quello che un occhio attento può scoprire. Ci si può trovare immersi in atmosfere completamente diverse tra loro, ma altrettanto interessanti. Esistono architetture sofisticate e costose, oppure spazi nudi e spogli talmente suggestivi, da risultare comunque affascinanti, tipo l’inquietante Lafayette di New Orleans, patria del Voodoo, dove la morte è intrisa di riti e magia nera. Anche il piccolo cimitero dietro la Trinity Church nel cuore di Manhattan è molto singolare, con i sepolcri adagiati sull’erba tra i grattacieli di New York. In Turchia esistono invece angoli pieni di tombe addossate senza un ordine preciso, con incisioni arabe e stemmi color turchese, mentre in altri sacrari musulmani le tombe sono appoggiate a terra in modo ordinato, rigorosamente rivolte verso la Mecca. Emozionante nella sua rispettosa eleganza è il cimitero di Arlington in Virginia, dedicato ai caduti di guerra, con i suoi filari di croci bianche perfettamente allineate. Al contrario, il camposanto nel quartiere ebraico di Praga è raccapricciante, con lapidi ammassate o addirittura sovrapposte nel più totale caos. Tra i più selvaggi che ho visto, ne ricordo due in particolare. Uno sulla spiaggia di Cofete a Fuerteventura, con una manciata di croci fissate su tombe erose dal vento, coperte da pietre e sabbia. L’altro, davvero incredibile, si trova a San Juan Chamula in Messico. Uno spettacolo disarmante, ma insolito, perchè qui gli indios del luogo seppelliscono i morti senza bare e lapidi. Lasciano cioè i corpi sepolti nel terreno sotto cumuli di terra, molti dei quali rialzati, su cui sono piantate croci colorate, bianche per i bambini, nere per gli anziani e verdi e azzurre per gli adulti. Molto fotografato è il caratteristico cimitero delle Fontanelle a Napoli, ricco di storia e leggende legate alle sue ossa sparse e ai teschi in adozione. Unico però, per il suo particolare significato resta assolutamente il Gange, un immenso luogo di sepoltura “liquido”, in cui vengono gettate le ceneri di migliaia di anime bruciate sulle pire. Dovunque siano questi luoghi occulti, mi viene comunque la voglia di girare nei corridoi, tra gli spazi verdi, la terra arida o le cappelle multiformi, per vivermi quel silenzio “tombale” che invece di spaventarmi, scatena in me la voglia di raccogliermi. Faccio di tutto per scattare immagini che non suscitino orrore e ancora di più catturo dettagli che mai possano violare la privacy di quelle anime che meritano tutto il mio rispetto. È proprio questo che mi piace di questi luoghi, il rispetto con cui si deve onorare chi non c’è più. Un riguardo e un amore che appartiene a tutti, anche a quelli che per noi sono dei perfetti sconosciuti.

Una vita piena di vita

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Quando giro in auto mi capita spesso di avere dei flashback. Sono input che capto da ogni dove. Mi arrivano all’improvviso, come tracce di un tempo che fu, semplicemente guardando il panorama di una città in lontananza, oppure passando accanto a un luogo che mi appare familiare. Le riconosco al volo e mi trafiggono con una freccia nostalgica. Non sono altro che reminescenze di una ex me, di una donna che oggi vive la sua nuova dimensione, in una realtà attutita e smussata, mantenendo comunque vivo il soffio vitale. Individuo dovunque i posti in cui ho trascorso i miei innumerevoli weekend roventi. Oppure riscopro le insegne di ristoranti sperduti nel nulla, che ho frequentato in compagnia di amici, fidanzati o amanti. Intravedo anche i negozi in cui ho lavorato, oggi spesso realtà fantasma, sostituite da altre attività, che anche se ormai sparite, mi fanno rivivere gli episodi legati a quel periodo. Risvegliano i miei ricordi persino alcuni tramonti che con la bellezza dei colori e le striature del cielo, collego a sensazioni indimenticabili vissute su spiagge maldiviane, mauriziane, zanzibarine, africane, o anche newyorkesi, nord europee e di ogni parte del mondo in cui mi son trovata nel posto giusto al momento giusto. Sono languidi dejavu di un periodo che seppure non posso più vivere nella sua pienezza, mi fanno capire che la mia vita è stata un meraviglioso film. Di quelli che rivedrei mille volte senza stancarmi mai. A dir la verità, per essere più contemporanea, più che a un film potrebbe paragonarsi ad una serie televisiva divisa in più stagioni, ognuna a sua volta composta da un certo numero di puntate. La cosa piacevole di questa assonanza è che appena finisce un episodio, nasce spontanea la voglia di cominciare il prossimo. E’ quasi regolare che ci siano stagioni avvincenti e altre più pacate, però comunque mantengono tutte un collegamento che appassiona. Amori, tradimenti, sesso, lacrime, sofferenze, sorprese, avventure, quasi sempre conditi da colpi di scena. Vicende che non ti aspetti e che, nel bene e nel male, capovolgono la realtà. L’elemento fondamentale che accomuna la mia vita ad una serie TV è che durante il cammino, le persone a cui tieni e che spesso rappresentano il fulcro della storia, vengono a mancare, spiazzandoti. Non sempre sono mancanze legate alla morte, si può trattare anche solo di un abbandono, una fuga o una scomparsa improvvisa. Quello è il momento peggiore, in cui riscriveresti volentieri la sceneggiatura, per non farti crollare il mondo addosso. La mia vita è stata molto ricca e ne vado fiera, perché a condurla sono sempre stata io, aiutata solo a tratti da un destino propizio. Il più delle volte ho rischiato, tirando in aria la monetina, giocando un numero alla roulette, o tentando un terno al lotto. Mi è andata male, ma anche bene e ripeterei ogni mossa. Ho viaggiato intorno al mondo, conoscendo persone di ogni razza e costume. Ho vissuto avventure passionali nei posti più insoliti, con persone impensabili o che credevo irraggiungibili. Ho versato lacrime da sfinirmi, ma ho anche riso da sentirmi male. Ho avuto amori importanti, flirt fuggevoli ma intensi, molte volte anche al buio. Ho fatto amicizie sorprendenti che durano ancora. Ho lavorato in vari settori, conoscendo realtà sempre diverse. Un mucchio di cose meravigliose che mi hanno regalato energia positiva, anche nelle difficoltà. Porto con me un bagaglio pesante, ricco però di straordinaria leggerezza. La sensazione che scaturisce da questi flash di passato, mi conferma da un lato che in tempo reale sono una over 60, consapevole che nulla potrà essere come prima, ma dall’altro, proprio per questo, riesco a sentirmi piena, ricca, appagata, felice di aver tritato la vita, di averla divorata, masticata e anche digerita, perché solo così ci si può sentire risolti. In questo momento per una serie di motivi non sono al top, però la grinta non mi abbandona mai. E’ ormai una fedele compagna che mi aiuta a lottare per restare sempre a galla, in attesa di tempi migliori. Sono sicura che arriveranno, me lo ha detto l’uccellino. E poi se è vero che la mia vita è come una serie TV, si sa che nell’ultima puntata, non c’e mai una conclusione definitiva, ma resta sempre qualcosa in sospeso, quel tanto da farti intendere che possa sempre esserci un seguito…

“La partita non finisce, fino a che non è finita.”

Dopo il canto del gallo

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Quando inizia la giornata, in giro si comincia a respirare una grande energia. È un’epidemia benefica che abbraccia tutti quelli che escono per strada nelle prime ore del mattino. Persino io, che per abitudine non amo alzarmi presto, sono contagiata dalla magia che si sprigiona dopo l’aurora. Mi incuriosisce la routine della riapertura delle varie attività. E’ un insieme di sequenze meccaniche che mi affascinano persino nella loro noiosa ripetitività. Ognuna segue la sua dinamica, ma più o meno ricalcano tutte uno stesso meccanismo. I bar sono i primi ad essere assaliti. Non si può infatti iniziare una degna giornata se non si prende almeno un bel caffè. Se poi riesci anche a sederti per 5 minuti hai fatto bingo, perché la colazione al bar è una piccola libidine. Adoro anche il profumo che aleggia nell’aria intorno a un forno o ad una pasticceria. È un odore quasi afrodisiaco, che stordisce come uno spinello. Singolare, è che ci si saluta con più calore, forse perché complici di dover cominciare con rassegnazione un altro giorno di lavoro. Le strade brulicano di auto che si apprestano a prendere il loro cammino e tra le 8 e le 9 sembra di stare a Time Square nell’ora di punta. L’ora del mattino è come il sabato del villaggio, perchè rappresenta l’attesa di qualcosa che dobbiamo ancora vivere. Ogni volta che apriamo gli occhi dopo il canto del gallo, ci auguriamo che la nuova giornata sia migliore di quella appena passata ed è per questo che forse, l’atmosfera che appare ai nostri occhi, è piena di roseo colore.

Doccia Psyco

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Una cosa per me impossibile : la doccia appena sveglia. Sia ben chiaro, mi lavo lo stesso, ma non riesco a buttarmi appena “sbrandata” sotto l’acqua. Eppure nei film vedo sempre le persone che prima ancora del caffè dicono : ” Arrivo tra un minuto … giusto il tempo di farmi una doccia al volo”. Anche amici o amiche idem, stessa abitudine. Capisco forse in estate, ma col gelo invernale come fanno? Io accendo la stufa prima ancora di aprire gli occhi e fino a che non si riscalda tutto l’ambiente, neanche provo a spogliarmi. Posso fare un’eccezione, solo dopo un risveglio erotico. In quel caso neanche un flashback di Psyco potrebbe frenarmi.

Il mio inferno di cristallo

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L’errore è subdolo, un diavolo che ci incatena e ci insegue, con la speranza di trascinarci all’inferno. Lui non sa però che noi lo raggiriamo, prendendolo per i fondelli. Gli facciamo credere che sta per farcela, ma poi all’ultimo momento lo freghiamo, lasciandolo sprofondare nel fuoco da solo. Giusto un debole può seguirlo negli inferi, perché incapace di rielaborare la sconfitta. Chi è più solido non rimugina, filtra e poi trasforma. Sbagliare è tonificante e anche liberatorio. La vita se fosse impeccabile sarebbe una noia mortale. Gli errori invece movimentano il nostro vivere e ci aiutano a capire meglio cos’è la perfezione. Io sono felicissima di tutte le cavolate che ho fatto e le rifarei esattamente come le ho vissute. Non sono d’accordo con chi dice che un’esperienza negativa insegna a non ricadere in quell’impasse. Trovo questa teoria sopravvalutata. In realtà può solo aiutarci ad aprire gli occhi per seguire strade differenti. Ad alcuni sembrerò una promoter della follia, ma ho un personale punto di vista che mi aiuta a vivere serenamente. Possiamo continuare a sbagliare, cercando però di sbagliare meglio, in maniera cioè meno distruttiva. La chiave è proprio in questa sfumatura. In genere falliamo l’obiettivo quando seguiamo l’istinto, perché questo ci rende più vulnerabili. Difficilmente capita, se ci ragioniamo su o contiamo fino a 10. Questo mi spinge a pensare, che se abbiamo fatto un passo falso, in fondo ci piaceva parecchio. Quindi sono portata a credere, che peccare di insensatezza sia assai gratificante, fondamentale per la nostra libertà. Per concederci il bis di uno sbaglio senza farci male, è importante scegliere la formula giusta. In fondo può essere un disinfettante per la salute e lo spirito. Nessuno può impedirci di prendere una cantonata. È un arbitrio che tocca solo a noi e abbiamo il diritto di decidere come vivere gli errori a nostra discrezione. Non sono però una garibaldina anarchica, quindi escludo senza neanche dirlo, tutte le debolezze che possano procurare danni al fisico, o andare contro legge. Per quanto mi riguarda, ho intenzione di continuare a nutrirmi ancora a lungo dei miei amati errori. In fondo sono i pilastri su cui ho costruito il mio mondo. Insolito e discutibile sì, ma è il mio, e lascerò che il diavolo mi seduca con i suoi occhioni ardenti, solo se mi condurrà in un inferno di cristallo.

Donne e motori

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Gli uomini amano donne e motori. È quasi una regola. Il loro sogno è possedere un parco auto da ammirare e conservare come una collezione. Secondo le proprie tendenze ognuno sceglie la macchina più adatta a lui e da qui si possono intuire spesso anche i gusti in fatto di femmine. Le Ferrari incarnano la fantasia erotica di tutti i maschi, sono le fighe della situazione. Slanciate, scattanti, sportive e molto ambite. Le Cadillac, le Rolls-Royce o le Bentley invece, pur avendo una carrozzeria meno sprint, conservano tuttavia un loro fascino. Hanno linee più morbide e uno stile elegante e signorile. La Porsche è la più “porca” delle auto, la zoccola, quella con cui tutti vorrebbero farsi un giro, ma col tempo potrebbe anche stufare. Chi ha il pallino delle Jaguar ha al contrario gusti molto precisi. Cerca uno stile classico e raffinato, ma nello stesso tempo ricco di fascino e sex appeal. La Limousine è una macchina da prendere solo a noleggio. Si adatta a un uomo che ha voglia di svagarsi. E’un’escort a ore, comoda, spaziosa, super accessoriata e soprattutto oscurata, l’ideale per una gang bang o un’orgia di lusso. Per una vita soddisfacente, che comprenda tutte le caratteristiche ottimali, la maggior parte dei maschi preferisce auto tipo Audi, Mercedes o Bmw, un giusto compromesso di stile, prestazione, estetica ed efficienza. Diffidate invece di quelli che dicono di scegliere le Mini Cooper o le Smart per comodità. Non è vero, in realtà hanno un debole per le guagliuncelle. Così come la massa, che sceglie marchi come Renault, Citroen, Peugeot, ecc. Dimostrano di avere bocca buona. A loro va bene ogni cosa, a prescindere dai costi, le curve o il rendimento. Quelli con tendenze casalinghe sicuramente preferiscono una roulotte o un camper, mezzi confortevoli dove racchiudere e trasportare il loro mondo. Ma il rischio è che dopo un certo tempo, potrebbero desiderare una Cherokee o una Range Rover, bonazze dello stesso calibro, sempre curvy, ma più aggressive e modaiole. Per fortuna che in questa fiera automobilistica, le macchine d’epoca continuano ad avere un certo mercato. Esistono amatori che farebbero carte false per reperirle. Le cercano dovunque e ci si dedicano con cura per rimetterle su, occupandosi di risanare ogni più piccolo dettaglio, fino a che poi, con grande soddisfazione, da semplici rottami le fanno tornare splendenti come prima.

 

 

 

Tenet

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Questa volta Christopher Nolan ha esagerato. Il suo Tenet è assolutamente incomprensibile. Dalla prima scena fino all’ultima. Non si capisce un tubo. La trama, basata sul tema di uno “spionaggio quantistico”, è troppo contorta e visionaria per essere compresa da un pubblico che ormai da questo regista si aspetta qualcosa di diverso del solito concetto presente-futuro-passato. Già in Interstellar ed Inception infatti si era trattato l’argomento relativo ai mondi paralleli, affrontato su principi decisamente scientifici, ma in quel caso, pur se con un pò di fatica, si riusciva comunque a ricostruire il meccanismo complesso. Qui invece è impossibile. Per quanti sforzi uno possa fare, ci si ritrova spersi in un mondo poco identificato, impossibile da afferrare, in cui tutto gira avanti o indietro. Persino le scene d’azione, che dovrebbero movimentare il film e tenere lo spettatore pervaso da un’ansia adrenalinica, non si riescono a gustare, perchè nella realtà non si capisce cosa sta accadendo. Non sono stimolata neanche a raccontare i dettagli di questa storia fredda, intrecciata e poco fluida. Se vogliamo, anche un pò banale, se si considera la consueta megalomania ormai inflazionata, del cattivo che vuole distruggere il mondo con armi nucleari, nonché la malattia terminale che lo aspetta dietro l’angolo. Cose fritte e rifritte, già viste anche nei vari 007. Il figlio di Denzel Washington non è male in questa sua seconda prova d’attore. Kenneth Branagh è sempre un ottimo interprete, ma qui non spicca, così come la protagonista femminile, Elizabeth Debicki che nella sua algida fisicità non trasmette alcunchè. Robert Pattinson, è invece caruccetto, senz’altro più del precedente personaggio di vampiro anemico. Ottime le musiche incessanti e ridondanti, che mi hanno ricordato l’atmosfera di Dunkirk. Salvo solo quelle. Un ritorno al cinema con molte aspettative, dopo sei mesi di astinenza da covid, un rientro che però mi ha annoiato e profondamente delusa. Alla fine, non vedevo l’ora di tornare a casa, per vedermi in Tv uno scontato film d’amore.

La gioia di un buongiorno

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Quello che mi piace dei paesi e che ci si saluta tutti. Dovunque ti trovi. E’ normale entrare in un posto e dire buongiorno, buonasera o arrivederci, la differenza in un paesello sta nel fatto che saluti anche le persone sconosciute che stanno lì per i fatti propri. Succede nei bar, per strada, nei negozi, alla fermata del bus, o nella piazzetta. Capita più spesso con i vecchietti, che adoro. Sono fantastici, con quelle facce dolcissime, ma anche un po’ birbanti, nel senso che se passa una bella donna, ancora la guardano con gli occhi vispi. Parlano tra loro di politica, ora soprattutto di covid, decreti, mascherine e di quanto oggi i giovani siano scellerati. Sono troppo simpatici, perchè sono autentici, ma anche i più giovani ho notato hanno questa bella abitudine. E’ quasi una cosa scontata. In città invece non succede mai. A stento salutano quando entri negli uffici o nei negozi. Per strada per carità, se non conosci qualcuno, tirano dritto senza scomporsi. E’ anche normale, perchè siamo solo passanti distratti, con la testa piena di problemi. Nei paesi invece, si vive in maniera più soft, si è meno nevrotici e ci si sente come in una grande famiglia, in cui tutti cercano di rendersi utili alla comunità, senza nessuno sforzo. In fondo ammettiamolo, un semplice buongiorno può regalare alla nostra giornata quella nota di buonumore di cui abbiamo tanto bisogno.

Perbenità

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(DEDICATO A TUTTE LE PERSONE PERBENE CHE CONOSCO, CHE PER FORTUNA SONO TANTE.)

L’intelligenza, la cultura e la simpatia contano moltissimo, ma c’è qualcosa che conta ancora di più. Essere perbene. Se sei un signore nell’animo, con una scorza di naturale garbo, sarai benvoluto e rispettato, sempre e dovunque. L’educazione e la cortesia, quando sono spontanee e non stucchevoli, ti consentono di farti perdonare tutto, compresi i difetti. Suggerisco alla Treccani di aggiungere al vocabolario una nuova parola : PERBENITA’. Mi sembra una definizione azzeccata, perché unisce i termini “perbene e signorilità”, rafforzandone il senso. Chi possiede la perbenità si può perdonare anche se ha un carattere spigoloso e un po’ focoso. La differenza sta nel modo in cui reagisce dopo che ha sbroccato e come si confronta con chi lo ha fatto arrabbiare, perché infatti il rispetto esiste anche se si arriva a dirsene di tutti i colori. Non parlo di frasi o gesti studiati, ma di sfumature opportune con le quali si gestisce la rabbia. Una persona perbene non potrà mai comportarsi in maniera maleducata, rozza o becera. Può persino permettersi di parlare in modo volgare lasciandosi sfuggire qualche parolaccia, perché lo farà comunque con stile. Se qualcuno si comporta in modo inappropriato, un vero signore non te lo farà mai notare, al contrario di uno zotico che invece proverà gusto a rimarcarlo. Nella perbenità non conta l’estrazione sociale. Ovviamente le tradizioni tramandate da famiglie con una spiccata signorilità possono avere un certo peso, ma esistono persone che anche non appartenendo al ceto borghese, sono comunque perbene e si comportano in maniera ineccepibile.

Spesso si fa confusione nel pensare che le espressioni “perbene” e “perbenismo” abbiano lo stesso significato, perché invece sono due cose completamente diverse, anche se sembrano collegate. Il perbenista è un individuo convenzionale, formale, con una natura snob e una mente sofisticata. Qualcuno che si sforza di apparire perbene agli occhi degli altri. Un signore invece resterà signore anche sotto un ponte vestito di stracci. Si può nascere con la perbenità, ma non basta. Sarà solo grazie alla nostra famiglia se riusciremo a riconoscerla e a utilizzarla. E’ un marchio di fabbrica dal quale poi parte la conseguente crescita, un personale distintivo di fair play che ci distinguerà per il resto della vita.

Commesse sconnesse

Se c’è una cosa che non sopporto, è entrare in un negozio e trovare una commessa che ti ignora. E’ vero che essere tampinate è ancora peggio, ma l’indifferenza in un punto vendita, è inammissibile. E’ una mancanza di professionalità e andrebbe segnalata ai titolari. In fondo basterebbe così poco per accogliere gentilmente una cliente ed esserle di aiuto nel porgerle la merce, consigliarla e servirla con garbo ed efficienza. Invece, il più delle volte, ai giorni nostri, quando si entra in un negozio, le ragazze sono quasi sempre al telefono o al Pc, sparlano tra loro delle colleghe, o ancora più frequentemente fanno comunella criticando i titolari per la mancanza di stipendi, gli orari che non quadrano o il troppo lavoro. Sfido chiunque a non aver mai assistito a questo tipo di conversazione. E proprio urticante. In più di una occasione, mi è capitato di dover chiedere qualcosa 1-2- 3 volte, prima di essere considerata.

Io lo noto ancora di più, perché sono stata alla vendita in vari settori, per cui conosco ogni più piccola sfaccettatura di come funziona il commercio. Non per vantarmi, ma difficilmente sono stata scortese con qualcuno e mi sono sempre resa disponibile verso le persone, senza comunque opprimerle. Ognuno certo ha il suo stile nel porsi, questo è indubbio, ma non sapere dove stanno gli oggetti o gli abiti, non conoscere i prezzi, non riuscire a cavarsela con la cassa o il POS, è assolutamente deplorevole. Si può chiudere un occhio con le principianti, che hanno bisogno del tempo necessario per adattarsi alla struttura, ma solo in quel caso, il resto è assurdo. Quando si trovano venditrici abili e valide, la differenza è così evidente, che quasi quasi ci si meraviglia di tanta solerzia, dimenticando per un attimo che quella dovrebbe essere la regola e non il contrario. Stesso discorso vale per gli Uffici pubblici. Identica sceneggiatura. Pur essendoci molte persone in fila, dietro gli sportelli, alle casse o dietro le scrivanie, gli impiegati perdono tempo, parlano al telefono, si prendono il caffè, discutono tra loro, o girano a vuoto portando carte e scartoffie. Ci sono milioni di persone disoccupate in giro, in cerca di lavoro (me compresa) e fa ancora più rabbia constatare che in giro si trovino commesse/impiegati, in qualsiasi punto vendita o ufficio rivolto al pubblico, inadatti al proprio lavoro. Mi assale un senso di ingiustizia, verso queste corsie preferenziali, che vanno a discapito del rendimento, pur di risparmiare qualche soldo sulle assunzioni. E’ regola purtroppo, ai tempi d’oggi, che una ragazza di 22 anni, venga a costare meno di una over 40, anche se le Ditte madri dovrebbero ragionare seguendo il rendimento e non il portafoglio. L’esperienza di chi ha già anni di lavoro sulle spalle, non può essere paragonata alla scarsa competenza di una ventenne alle prime armi. Ma così funziona il mondo e, con un pizzico di invidia e rancore, devo rassegnarmi all’evidenza e continuare il mio ruolo di disoccupata.