Chiamami col tuo nome

In evidenza

images

Appena uscito “Chiamami col tuo nome”, sono corsa a vederlo. E’ un film bellissimo, pieno di poesia e passione, una passione naturale, vera, che comprende tutti, donne e uomini, che siano etero o no. E’ una storia che, infatti, può essere condivisa da tutti quelli che hanno amato e che conoscono i segnali di qualcosa che quando ti prende, ti trascina e non puoi fare a meno di vivere.

E’ interpretato con molta autenticità, da due attori completamente diversi tra loro, ma entrambi adatti e convincenti. Il ragazzino, Timothée Chalamet, è candidato agli Oscar come protagonista, insieme al gotha del cinema americano. Non vincerà, ma sicuramente lo vedremo presto in altri film, perchè ha molto da dire. La sua comunicatività raggiunge la massima espressione nel finale, una scena da brivido. In quel primo piano intenso, pieno di lacrime, sullo sfondo del viavai appannato di figure che vanno e vengono e il crepitìo del camino acceso, riesce a trasmettere tutto il mix di sensazioni che lo inondano, come le lacrime che gli riempiono gli occhi, pieni di amore, malinconia, dolore e rassegnazione. L’ambientazione del film è fantastica e mi ha fatto venire la voglia di avere una casa in campagna, con tutti gli aspetti e i dettagli pieni di atmosfera, che un posto così può regalare, compresa la piscina di pietra rustica, come nel vecchio stile. Candidata è anche la canzone centrale, piena di sentimento, quel sentimento che in questo film unisce Elio e Oliver, nella loro breve, ma intensa storia estiva. Sostengo da sempre che quando capitano queste “fortune” di incastri, vanno vissute sempre e comunque, indipendentemente da come andrà a finire. Per questo mi sono commossa quando il padre del ragazzo, verso la fine, in un momento di emozionante intimità, si rivolge al figlio, facendogli un discorso non certo facile. Gli parla e si confida con lui, in modo così dolce, afettuoso ed obiettivo, da far sciogliere. Forse, il momento più toccante di tutto il film.

Bravo Guadagnino, sei un degnissimo candidato ad Hollywood, davvero una grande soddisfazione per il nostro paese. In bocca al lupo.

Annunci

Graduatoria d’amore

untitled

AMORE…frequentemente usiamo questa parola rivolgendoci a qualcuno. Associamo spesso questo termine importante a semplici amici, ex, persone speciali, o conoscenti con i quali abbiamo un certo feeling. Insomma, senza accorgercene, è come se svalutassimo un termine così impegnativo, facendo rientrare un pò tutti nel calderone. Anche io faccio abuso di questo vocabolo, non lo nego, ma non mi sento in colpa per questo, perchè in fondo non si tratta di finzione o falsità. E’ semplicemente un tenero intercalare, una sfumatura affettuosa che non fa male a nessuno, anzi, spesso regala un piacevole pizzico di attenzione, o la vaga illusione di un minimo interesse. La differenza sostanziale, invece, sta nella scala di valori che soltanto ognuno di noi conosce. Intendo dire che, abbandonando per un attimo la leggerezza con cui usiamo a volte la parola AMORE, tutti abbiamo l’assoluta consapevolezza di chi merita veramente questo privilegio. Ognuno di noi ha una personale graduatoria degli eletti, la classifica effettiva di chi merita tale autorevole espressione. Alla fine, è questo il concetto che conta davvero. Senza nulla togliere alla schiera degli apparenti amori sparsi qua e là, solo alcuni riescono a salire sul podio della nostra piena considerazione, rientrando totalmente nel nostro cuore. Comunque sia, quando mi chiamano “AMORE”, pur sapendo di rientrare nell’harem verbale di quel qualcuno, a me piace.

Curvy con classe

thWAQOEGPG

Una Curvy può ritenersi molto attraente, nonostante non rientri nei canoni moderni, popolati di longilinee. E’ come paragonare una spogliarellista del Crazy Horse ad una ballerina di Burlesque. Sono entrambi sexy, ma in modo diverso. Ognuna ha un suo pubblico. Per una donna in carne, essere definita Curvy è un privilegio. E’ come vincere l’Oscar delle taglie forti, un premio che regala un riconoscimento di bellezza ha chi ha qualche Kg di troppo. Non bisogna dimenticare, però, che la differenza tra “curve morbide” e “curve extra” è fondamentale. Non solo nell’evidente ciccia in più, ma soprattutto nel modo di proporsi. Prendiamo come esempio le donne burrose che spopolano nelle sfilate di moda o riempiono i servizi fotografici. Queste femmine maliziose sanno esaltare il proprio viso con un trucco adeguato che ne evidenzia i pregi. Hanno capelli lunghi e voluminosi e si muovono con naturale femminilità, ancheggiando sensualmente persino in costume da bagno. Pur non avendo addominali scolpiti, mostrano la pancetta rotonda, esattamente come le danzatrici del ventre, che devono a questo dettaglio il loro successo. Anche se hanno cosce abbondanti se ne fregano, perchè sanno di piacere lo stesso e camminano con nonchalance, attirando gli sguardi su di loro, feline e terribilmente seducenti. Se sono under trenta poi, hanno anche la pelle liscia e tonica, con scarse tracce di cellulite o smagliature ed un seno prominente, che però resta dritto, come un davanzale fiorito. Non ho nulla contro le taglie XXL, anzi, faccio parte del clan, però non sono d’accordo su come alcune donne in sovrappeso si mettono in mostra, convinte di apparire piacenti come una Curvy. Sempre più spesso, infatti, mi capita di incontrarne molte in abiti aderenti e attillati, infischiandosene di accentuare forme e rotoli. Dimostrano di non essere consapevoli dei propri limiti. Amarsi sì, accettarsi e non avere complessi ok, però addirittura cercare di competere con chi ha un corpo da sballo, non curandosi dell’evidenza, mi sembra un po’ azzardato. Non capisco come si possa mettere in vista senza problemi, tutta la carne in eccesso. Forse vengono stimolate dalla campagna pro ciccia che investe social, media e tv, che le fa sentire in una fascia protetta. Resto comunque dell’idea che il look di una donna opulenta dovrebbe essere adatto alla sua fisicità e quindi, dovrebbe coprire, più che scoprire.

Ognuno al suo posto

 

thRHCH113E

Sono sempre rimasta affascinata dal mondo sotterraneo che ruota nel palinsesto di una struttura, in cui ogni singolo impiegato svolge un preciso compito. Nella mia ultima vacanza in un villaggio turistico, ho avuto abbastanza tempo per guardarmi intorno, soffermandomi con calma sull’articolato scheletro che sostiene un complesso alberghiero. Mi sembrava di trovarmi in un alveare, così come l’ho sempre immaginato da bambina, seguendo “L’Ape Magà”, un vecchio cartone animato. All’epoca, ero incantata dalla vita di quei piccoli insetti e, influenzata dal cartoon, ho provato spesso ad immedesimarmi in quel micro condominio, in cui ogni abitante ha un proprio ruolo. In quegli spazi ingegnosamente costruiti, tutte le api lavorano insieme per tenere in piedi la loro preziosa comunità. In quell’ammasso di cellette esagonali, esistono varie gerarchie, dove ognuno riveste un ruolo fondamentale : le operaie lavorano sodo, con mansioni specifiche, mentre l’Ape regina, la più fortunata, depone le uova ogni gorno, dopo che si è accoppiata in volo con il fuco del momento che, appena copulata, muore stecchito. Del resto si sa che i maschi, di qualsiasi genere, servono solo a fecondare…
C’è una grande analogia tra questi mondi, soprattutto nella loro metodica organizzazione, scandita da orari e fasi della giornata, ciascuno preposto ad una determinata funzione. Nel mio Hotel, quando andavo a fare colazione al mattino, notavo una serie di omini vestiti con tute verdi, che potavano le siepi e sistemavano le aiuole. Contemporaneamente, gli “housekeeping”, con pantaloni e camicie beige, rifacevano le camere. Quando invece dovevi trasportare i bagagli, chiamavi i facchini, con polo color verde acqua, mentre a tutte le ore e in qualsiasi angolo, si potevano incontrare i tecnici della manutenzione, in divisa marrone, pronti a risolvere guasti di ogni tipo. I ragazzi che si occupavano dei vari bar erano i miei preferiti, visto che oltre a bibite e caffè, preparavano drinks e cocktail. Avevano un look molto easy, con polo turchese e pantaloni neri. Quelli invece incaricati di curare le piscine, al posto dei pantaloni portavano i bermuda. I subacquei del diving, si distinguevano dagli altri, per le magliette bluette e cappellino con visiera, mentre i massaggiatori erano categoricamente in bianco. Ognuno ripeteva le sue mansioni ogni giorno, sotto il controllo continuo di un gruppo di direttori designato a quel reparto, sempre pronti a trovare il pelo nell’uovo. Il general manager, il boss dei boss, era l’unico che vestiva come gli pareva. Gli altri, secondo I’incarico, indossavano un determinato look. I coordinatori della ristorazione e della reception, senza dubbio erano i più raffinati, con pantaloni panna e camicia celeste a righine. Ai responsabili delle room, quelli che cioè intervenivano per i problemi legati alle camere, toccava la stessa mise, però meno ricercata. I capi della security, che la sera circolavano specialmente fuori al cancello del villaggio, erano invece in nero e azzurro. Discorso a parte per gli animatori che, quando non dovevano seguire le varie tematiche, vestivano perlopiù in bianco e blu. Al ristorante lo staff era molto coreografico. Gli chef tutti col tipico cappello a cilindro, però con forme diverse, per distinguerli. L’equipe dei camerieri, ovviamente in bianco e nero, seguiva un proprio programma di lavoro. Quelli con il grembiulino si occupavano di sparecchiare e preparare i tavoli per il pasto successivo. Gli altri portavano da bere, curavano la sala e si occupavano delle doggy-bag. Alla fine della cena, poi, sul tardi, passando lungo il ristorante, si scorgevano altri ragazzotti con polo rossa, che ogni sera pulivano le sale fino a notte inoltrata. Un ultimo passaggio obbligato, prima di ricominciare la giornata seguente.
Questo quadro stratificato come una torta millefoglie, non riguarda solo le abitudini del nutrito team di un Hotel, ma le regole di un qualsiasi gruppo di lavoro collegato ad una grossa organizzazione. Cambiano la tipologia delle divise, gli orari ed altri dettagli, ma la gestione interna resta la stessa e vale per un aeroporto, una nave da crociera, una qualsiasi grande azienda e così via, luoghi nei quali, giornalmente, con adeguata prefessionalità, si devono seguire certi schemi, per far incastrare “gli ordini con l’ordine”.

Master introspettivo

 

meditazione-crescita-personale

Certe cose passano, altre devi fartele passare. La differenza sembra sottile, invece è enorme. Molti di noi cercano di “cogliere l’attimo” e, quindi, decidono di vivere senza perdersi nulla. Per fortuna, alcune delle esperienze in cui ci paracadutiamo, finiscono senza conseguenze e così, quando cadiamo, restiamo illesi. Non parlo solo di rapporti sfibrati o amori consumati, ma di tutte le vicende che ci accadono, talvolta travolgendoci. Molto più complesso e faticoso, invece, è quando con stoica pazienza, devi farti scivolare le cose di dosso, violentandoti per superare un dolore o una delusione. Ogni giorno ripeti a te stessa che la vita va avanti e cerchi di trovare appigli a cui aggrapparti per non pensare. È dura, ma riuscire a vincere questa difficile impasse ci rende migliori. Meno deboli. Molte volte mi ritrovo in mezzo a questi due binari paralleli, che procedono di pari passo nella mia mente, specialmente quando cammino o sono in viaggio in solitaria. Spesso, tanti danno al mio vagabondare un significato superficiale, considerandolo semplicemente un piacevole svago. Per me, invece, non è solo questo. Certo, al momento, è l’unica cosa che mi appaga e mi arricchisce, regalandomi serenità, ma il senso del mio insaziabile peregrinare è molto più profondo. Viaggiare è una scuola continua, dove “gli esami non finiscono mai”, ma esplorare il mondo da sola, è come fare un Master universitario, che completa la conoscenza di noi stessi. Da quando ho scoperto questo nuovo modo di girare, ho trovato il coraggio di aprire porte che credevo sbarrate, ritrovando maggiore fiducia in me. Un risultato che puoi ottenere soltanto se sei in compagnia unicamente di te. Infatti, in questi momenti di assoluta libertà, meditare viene automatico. Per meditare non intendo solo pensare e riflettere, ma soprattutto scoprire come estraniarsi dal resto del mondo, scovando un’oasi in cui rilassarti, che al contrario, con qualcuno vicino è difficile trovare. Oltre ai momenti “ascetici”, però, ci si può analizzare anche attraverso le conoscenze che si formano di volta in volta. L’approccio con gli altri, infatti, è totalmente diverso se viaggi da solo. Puoi scegliere di stare con chi vuoi senza condizionamenti, seguendo unicamente il tuo istinto e non i gusti di quelli che, anche non volendo, ti impongono eventuali amicizie. Ti ritrovi così immerso in una giostra, dove incontri di tutto : anime brillanti, amabili, compatibili, oppure individui scorbutici, arroganti e poco socievoli. Ma è proprio in questo circo itinerante, che impari cosa vuol dire confrontarsi, rimanendo comunque te stesso. A volte, confidarsi con un estraneo è liberatorio, ti sgombra la mente e, inaspettatamente, puoi anche limare quei piccoli difetti lasciati in disparte. E’ bello entrare nella vita degli altri, se te lo permettono. In punta di piedi, con garbo, ma se lo fai con naturalezza e spontaneità, è sempre costruttivo.

Domani è un altro giorno

th[4]

Un film davvero molto, molto carino. Definire “carino” un film che affronta un tema così complesso come quello di una malattia senza speranza, dimostra che è stato realizzato con grande talento. Il merito va in gran parte al regista, Simone Spada, che già avevo notato in Hotel Gagarin. E’ riuscito con abilità a trattare un argomento di per sé triste, strappando a tratti anche qualche sorriso. La sceneggiatura, infatti, si allontana un pò da quelle già viste in tanti altri film che, quasi sempre, finiscono per risultare strappalacrime. Qui la storia assume toni meno drammatici e il tema è affrontato con quello che dovrebbe essere lo spirito ideale per sfidare un simile destino. I dialoghi sono parte integrante della storia. Profondi, ma anche leggeri, intelligenti, non stucchevoli e soprattutto mai banali. Fondamentale, senza dubbio, è comunque l’interpretazione straordinaria dei due attori, senza i quali, forse, non si sarebbe ottenuto lo stesso risultato. Marco Giallini e Valerio Mastrandrea, li conosciamo ormai molto bene. Da tempo ci regalano ruoli sempre azzeccati e convincenti. In questo film sono magicamente assortiti e, ognuno a modo suo, ci trasmette il valore e l’intensità di un autentico rapporto di amicizia, che poi è il succo del film. Riescono a farti percepire quanto sia importante condividere un eventuale momento doloroso, con chi ti ama davvero. Senza compassione, ma con sincero affetto. Senza inutili parole, ma con fatti concreti. Spesso, una terapia più efficace della chemio. Questi due attori, nella vita privata hanno avuto entrambi momenti difficili. Valerio ha ammesso più di una volta, di essere stato fin da ragazzo un uomo complesso, sensibile e problematico. Marco, apparentemente legato a personaggi divertenti, ha invece dovuto superare con fatica la perdita di sua moglie. Probabilmente, anche per questi motivi personali, sono riusciti ad interpretare il proprio ruolo in modo molto realistico. Emblematico è il finale, in cui Mastrandrea, in aereo, con una semplice mimica facciale, passa da un’espressione accorata ad un lieve sorriso, centrando il messaggio del regista : comunque si deve andare avanti. E, infatti, anche se il titolo probabilmente ha preso spunto dalla canzone della Vanoni, a me viene da accostarlo alla frase con cui Rossella conclude Via col vento “dopotutto domani è un altro giorno”, un pensiero che mi rende fiduciosa nei riguardi della vita.

Manchevolezza

mancanza

La mancanza non si può descrivere, perché ognuno la sente a modo suo. La porti con te, trascinandola a fatica. A volte diventa una vera e propria astinenza e quindi insopportabile, in altre ti rende malinconicamente triste. In ogni caso sei costretto ad accettarla, inerme e senza forze. Daresti qualsiasi cosa per riempire di nuovo quel vuoto, con la consapevolezza però, che questo privilegio è concesso solo a pochi. E’ infatti una lotteria a casaccio che premia alla cieca, una roulette che gira, fermandosi su un numero a caso. La mancanza è tosta da superare, ma è l’unico test per capire quanto qualcuno o qualcosa ti era assolutamente necessario.

Carezzevole malinconia

untitled

E’ bello sentirsi tranquilli, in pace con la propria coscienza e non provare più nessun brandello di dolore. E’ un traguardo straordinario, a cui tutti ambiscono. A me è accaduto e ne vado fiera, perchè frutto di un complesso e minuzioso lavoro fatto su me stessa. Quello che però mi fa assaporare maggiormente questo successo personale, è accorgermi di aver raggiunto il mio equilibrio, senza cancellare quello che secondo me, è il più carezzevole dei sentimenti. Il supporter magnifico dell’emotività. Parlo della malinconia, un corroborante per la nostra anima. Lentamente la nutre e l’arricchisce, regalandoci un pizzico di sana languidezza, quel velato stato d’animo, capace di trasformare le nostre fragilità in punti di forza. Quando svaniscono i momenti di profonda intensità dai quali ci siamo fatti trasportare, sia quelli stupendi che quelli tristi, siamo costretti a buttarci tutto alle spalle e, il più delle volte, a dimenticare. A questo punto ci resta soltanto il ricordo, che riusciamo a rivivere proprio attraverso quell’alone melanconico che ci pervade e che, come in un film, ci dà l’illusione di rievocare quegli istanti. Non è poco, anzi, è rivitalizzante questa sensazione di dolce tristezza, che invece di spaccarci il cuore, ci intenerisce. Persino le lacrime diventano zuccherose, colmando la carenza dei nostri lontani ricordi. Sono felice di non essere impermeabile alla malinconia, di possederla e di esternarla quando mi assale. E’ come un rifugio, il collante che rammenda il tessuto strappato delle mie passioni, riconciliandomi con il passato.

Lacrime rosa

al_khazneh_01
Finalmente ho visto Petra. Ho sempre immaginato di affacciarmi da quella fessura fiabesca, per capire cosa avrei provato di fronte a tale bellezza. Dopo un lungo cammino tra rocce striate e canyon dai mille colori, sentivo già salire l’emozione, come quando sai che ti aspetta qualcosa di grandioso. Arrivata poi alla fine della gola rocciosa, come un gioco di parole, il cuore mi è balzato in gola e ho pianto. Lacrime rosa, polverose e salate, con le quali ho condito tra i brividi le mie fotografie.

Cold War/Capri-Revolution

 

Questa volta il mio commento sarà in parallelo, tra due film che ho visto negli ultimi giorni. Il motivo è che comunque hanno qualcosa in comune. Parlo di Cold War e Capri-Revolution. Il primo ha concorso al Festival di Cannes e il secondo a Venezia, entrambi con il plauso della critica. Due opere d’autore che però a me hanno trasmesso differenti sensazioni. Il regista polacco ha confezionato un film emotivamente sofisticato e profondo, ma ho preferito di gran lunga la regia di Martone. Mi è piaciuta molto l’ambientazione ariosa con la quale ha avvolto i suoi personaggi. Per 122 minuti, ho respirato la natura a tutto tondo. Il film di Pavel P. (cognome troppo complicato da scrivere), l’ho trovato al contrario cupo e anche un pò deprimente. A molti sarà piaciuta sicuramente l’originale risoluzione a schermo ridotto, a me no. Così come avranno apprezzato la pellicola in bianco e nero, che è soprattutto una chicca per appassionati, come nella fotografia, tanto è vero, che io scatto a colori. La maggiore discrepanza l’ho riscontrata comunque tra le due protagoniste. L’algida Joanna Kulig, interpreta il ruolo di una donna contorta, dall’anima travagliata, di quelle che non trovano mai pace. Vive la sua storia d’amore in modo travolgente, ma negativo, con alti e bassi, frutto di una personalità instabile. Anche l’altra figura femminile è inquieta, ma non dannata. Incarnata da una bravissima Marianna Fontana, espressiva anche se con uno sguardo immobile, l’ho sentita più vicina a me. Lucia è una ragazza di umili origini, anzi umilissime, visto che vive in una casa diroccata in cima ai monti e si occupa delle capre. Eppure ha una tempra forte, una curiosità innata e un gran desiderio di andare oltre, quindi positivo. Il suo desiderio di libertà, proiettato verso nuovi orizzonti, è costruttivo e non demolitvo come il precedente. Anche la passione è vissuta in modo diverso. In Cold War è noir, nell’altro è bucolica, figlia dei fiori. La Capri che si intravede negli scorci dei panorami, con spicchi di faraglioni e mare azzurro, è quella che solo pochi possono riconoscere, tra i viottoli e i le pinete. In questo film i paesaggi sembrano ricostruire sfondi di presepi e i personaggi sono perfettamente in linea con quei tempi. In Col War i due amanti si aggirano invece per le viuzze acciottolate di Parigi e si amano nelle sue mansarde bohemien. Oppure passeggiano tra le stradine più austere di Varsavia, alternando teatri con locali fumosi di Jazz, tra costumi folk e comunismo. Gli attori maschili sono entrambi carismatici. Il pianista Wiktor è un uomo affascinante, innamorato pazzo della sua bionda ninfa, ma alla fine si farà trascinare nel vortice insano dell’amore, quello distruttivo però, che a me infastidisce. Il profeta seminudo di Capri-Revolution, al contrario vede rosa e, con la sua filosofica scelta di vita, s’illude di salvare il mondo, insieme ai discepoli della sua comune. Mi sono piaciuti i dialoghi in inglese che, seppure sottotitolati, hanno dato un senso intelligente alla sceneggiatura. Così come realistico è il dialetto della famiglia di Lucia, un napoletano strettissimo, che ha reso il tutto molto autentico. La critica aveva sottolineato la poesia del film polacco, invece, a mio parere, Martone é stato più bravo nel rendere il suo lavoro altamente poetico. Molti lo avranno trovato noioso, lungo e a tratti pesante. Forse lo sarà pure, però io non mi sono mai annoiata. Ecco perchè, non finirò mai di dire, che le sensazioni legate ad un film, sono sempre molto soggettive.

Massage

Towel, aromatic candles and other spa objects

Tu stai lì dentro ed io qui fuori. Ti aspetterò per un’ora. Giusto il tempo del tuo massaggio rilassante. Per me non e tanto un relax, se penso a te in quella camera rossa, avvolto dalle mani di un’altra donna. È una professionista, ma immaginarti in questo quadro scaldato da musica soft, mi turba lo stesso. In ogni caso, sono felice di sapere che tu sei felice e ti stai godendo questi 30 minuti di totale benessere. Io ti adoro e in questo periodo vivo per te. Un assoluto senso di appartenenza, anche se immotivato. Sono tua e tu sei mio. Una sensazione totale di dolce schiavitù. E cosi, sorseggiando una tisana calda, cerco di superare la mia bollente gelosia.

Bohemian Rhapsody

y

In ginocchio davanti ai Queen, prostrata ai piedi di Freddie Mercury. E’ questo l’animo con il quale mi sono alzata dalla poltrona del Multisala. A volte si è portati a dare per scontata la bellezza di alcune canzoni o la bravura di certi artisti. Poi, come in questo film, all’improvviso ti ritrovi coinvolto in una full immersion di grandiosità musicale così imponente, da restare spiazzato. Un’ energia magnetica che dà i brividi, riportandoti indietro di 30 anni, fino al 1991, giorno in cui ci ha lasciato il magnifico e indimenticabile Freddie. Non mi interessa soffermarmi sul film, che può essere più o meno credibile, né tantomeno giudico se la sceneggiatura sia indovinata, o attinente alla realtà. Mi basta sentire l’emozione vintage che ha risvegliato in me. E’ stato infatti esaltante riascoltare quei pezzi solennemente rock, unici, creati da un gruppo con uno stile del tutto riconoscibile nella sfera musicale di quegli anni. Canzoni che resteranno nella storia e che continuano ad infiammare i cuori anche delle nuove generazioni. Sono uscita dalla sala, infatti, tra gruppi di spettatori eterogenei, di ogni età, con gli occhi lucidi ed un entusiasmo contagioso. Mi è tornata la voglia di ritrovare il mio “ Greatest Hits “ con i brani più famosi, per riascoltarlo in auto a tutto volume, esattamente come merita. Il gruppo è stato ricreato in modo impressionante, perfetto nel total look e nelle somiglianze. Gli abiti di Freddie sono stati scelti con una meticolosità fedelissima all’originale e Rami Malek poverino, ce l’ha messa tutta per interpretare al meglio la parte del felino performer. Ma l’impresa era molto ardua, quasi impossibile, perché nessuno potrà mai eguagliare Lui, uno dei pochi, leggendari, animali da palcoscenico mai esistiti. Un esile uomo, con un sorriso fuori dal comune, che purtroppo non é riuscito ad equilibrare il successo, con la chiarezza interiore. La sua è stata una vita irrisolta, che lo ha indotto a perdersi in eccessi forzati, una sorta di alibi per coprire le sue mancanze. Il vizio lo ha trascinato verso la morte, senza neanche dargli il tempo di recuperare. Davvero un peccato diventare vittime delle proprie debolezze, ma spesso siamo impotenti. Amerò per sempre quest’uomo straordinario e, non c’è niente da fare, quando partono le prime note di Bohemian Rhapsody, io piango.

Ascensore per l’eternità

Futuristische Architektur

Ho paura di morire. Non lo nego. Ma quello che più mi dispiace è sparire senza la soddisfazione di vedere cosa accadrà dopo la mia fine. Credo sia una delle ingiustizie più pesanti della nostra esistenza. Sono davvero inferocita che ci sia negata questa chance che, invece, dovrebbe essere inclusa nel pacchetto della vita. Veniamo al mondo, facciamo un certo percorso e poi, spesso senza neanche preavviso, ci fanno sparire, obbligandoci contro la nostra volontà ad abbandonare questa terra. Il più delle volte il destino ci coglie all’improvviso o in modo cruento, negandoci in ogni caso l’opportunità di scegliere con quale morte morire. Non sono credente, ma condanno “chi o cosa” abbia stabilito queste regole spietate, privandoci dell’unico premio di consolazione che, anche se scarso, potrebbe almeno compensare la cruda realtà, regalandoci una piccola gratificazione. Perchè non possiamo verificare chi piangerà al nostro funerale, chi sarà sinceramente afflitto, e chi al contrario non verserà una lacrima. Perchè non ci è concesso di vedere quanto sia enorme o meno, il vuoto che lasciamo. Sarebbe fantastico invece, dopo la morte, parcheggiare in una specie di limbo, prima di dissolverci del tutto. Una forma di dolce quarantena, nella quale metabolizzare il fatto di non esserci più. Un isolamento a tempo determinato, in cui poter tirare le somme della nostra vita, prima di prendere l’ascensore per l’eternità. Altrettanto liberatorio sarebbe lasciare a quelli che abbiamo amato, un messaggio o una lettera, quando purtroppo non se ne è avuto il tempo. Non credo nella vita oltre la morte, quindi è impossibile per me immaginare di continuare ad esistere in qualche altro angolo dell’universo, credo però sia legittimo il desiderio di superare nel modo più dolce possibile, il doloroso passaggio tra la vita e l’ignoto. Sono consapevole che questo mio sogno irrealizzabile sarebbe appena una magra consolazione, ma potrebbe aiutarmi a farmi sentire meno oppressa, dall’idea di affrontare l’inesorabile salto nel vuoto, che tanto temo. Infatti, aldilà dell’energia prorompente e la positività che mi contraddistinguono, ho un maledetto terrore di morire. La stessa angoscia che però, nel frattempo, mi spinge a vivere al massimo.

Vita vampira

vampira-dml

Stamani, camminando per strada, ho incrociato una ragazza seduta davanti al cancello di un palazzo. Con un fazzoletto tra le mani cercava imbarazzata di coprirsi il viso, come per nascondersi, ma ho capito che piangeva. L’istinto mi suggeriva di fermarmi per chiederle se aveva bisogno di qualcosa, ma ho preferito lasciar perdere, per non sembrare inopportuna. Eppure, proseguendo verso la macchina, sono rimasta qualche attimo sospesa, pensando di tornare indietro, anche solo per spirito di umanità. Però non l’ho fatto, e un pò me ne sono pentita, perché ho constatato che a volte, anche una sola parola, al momento giusto, può regalarti qualcosa di buono, facendoti intravedere uno spiraglio di luce, in quell’abisso inquietante. Ho provato una tenera solidarietà per quella persona, ripensando a quante volte mi sono trovata nella stessa situazione, sola, per strada, spossata, disperandomi per un dolore, una delusione, una crisi di panico, senza la forza necessaria per proseguire. Sono momenti terribili. Piano piano si impara a gestirli, ma non si possono eliminare del tutto. La vita, purtroppo, è una vampira che ti dissangua.
Più tardi, mi sono fermata in un bar per una pausa pranzo. Davanti a me una coppia : in un’ ora non si sono detti neanche una parola. Mangiavano con gli occhi bassi, senza guardarsi mai. Allucinante. Non posso credere che due persone non abbiano un minimo di argomento da affrontare, o neanche una sillaba da scambiarsi. Possono essere tante le motivazioni del loro silenzio e non sta a me giudicare, ma questo quadro di muta apatia, mi ha confermato che il silenzio è una gelida creatura che raffredda gli animi, senza portare nessun risultato. Se esistono problemi, meglio confrontarsi e sfogarsi, litigare o dirsene due, piuttosto che restare indifferenti. E’ su questo che ho riflettuto oggi. Non a caso, questi due momenti di vita ordinaria, anche se diversi tra loro, hanno in effetti un comun denominatore : la mancanza di comunicazione. Non sono infatti le parole ad allontanare le persone, ma la paura di relazionarsi con gli altri. Sono sicura che se mi fossi avvicinata a quella ragazza, il mio gesto di comprensione non sarebbe stato inutile, così come tra quei due al bar, uno straccio di conversazione, avrebbe reso il loro pranzo meno deprimente.

Vuoto a perdere

 

th4LWFARJC
Attimi tutti miei, nella cui euforia, mi sembra che tutto si possa spezzare. Nello stesso tempo, però, so che i frantumi non si perderanno nel nulla, anzi, resteranno integri nella mia anima. Un’anima da tempo addormentata, che ora si è all’improvviso risvegliata, forse perché in un’atmosfera magica. Sono consapevole della sua evanescenza, che viaggia sulla scia di sensazioni momentanee, ma ne approfitto lo stesso, perché mi danno una gioia infinita. Tu, ragazzo senza arte né parte, sei comunque il brivido che aspettavo e ti lascio vagare intorno a me, fino a che vorrai.